Sandoval come Carlotto: il dramma di scoprirsi un altro

Guido Carlotto, il nipote della nonna più famosa al mondo, cerca di negoziare con la fama che l’ha investito nonappena ha scoperto di essere al centro della storia contemporanea argentina, un altro ragazzo passato per una vicenda simile prova a spiegare la sua timidezza, le sue difficoltà

I risultati di una lotta vecchia d'anni: le Nonne in piazza di Maggio, durante la dittatura (foto: la rete)

I risultati di una lotta vecchia d’anni: le Nonne in piazza di Maggio, durante la dittatura (foto: la rete)

Buenos Aires – Sono passati poco più di due mesi da quando il discendente diretto di Estela Carlotto, l’ammirata presidente delle Nonne di Plaza de Mayo, è comparso grazie a un test del dna realizzato spontaneamente. In quell’inizio agosto in cui Ignacio Hurban è passato a chiamarsi Guido, l’attenzione del mondo si è concentrata sulla sua storia e su quella dei desaparecidos argentini. Estela è un simbolo mondiale, e questo è diventato ora anche lui, che fino a ieri era solo un timido pianista di provincia ed ora vede i suoi concerti annunciati sui maggiori quotidiani. Ma che cosa significa veramente sapere improvvisamente di aver vissuto nella menzogna? «È dura scoprirsi un altro, se è un po’ timido, c’è da capirlo», dice ripensando alla frenesia di queste settimane Alejandro Sandoval, uno che è passato per la stessa storia di Ignacio Hurban. Uno che è nato da una madre prigioniera della dittatura militare argentina e che dopo aver scoperto di essere stato adottato illegalmente, ci ha messo 2 anni a digerire la verità.

Quando martedì il 5 agosto il cellulare di Alejandro è iniziato a suonare, con la notizia del ritrovamento di Guido, gli è tornato in mente un giorno preciso del 2004. In quel 24 giungo, era ancora un perito informatico e un rugbista dilettante. Guidava il suo pick-up per la strada che costeggia la base militare di Campo de Mayo. Un posto fuori Buenos Aires in cui, a sua insaputa, una militante del Fronte Rivoluzionario 17 di Ottobre lo aveva partorito in catene 37 anni prima. Accanto a lui sedeva Victor Rei, un ex ufficiale dei servizi segreti, pluridecorato nelle operazioni anti-guerriglia degli Anni Settanta, che oggi la storiografia chiama Guerra Sporca. In quel momento, il generale in congedo chiese ad Alejandro di fermarsi, scoppiò a piangere e smise di essere suo padre: «Mi disse che ero stato adottato, che ero figlio di desaparecidos».

Il ragazzo ascoltò, spese un paio di parole di conforto e riprese il viaggio verso casa. Era cresciuto negli ambienti dei nostalgici del regime, con un’educazione rigida. Non sapeva nemmeno bene cosa fosse accaduto nel paese tra il 1976 e il 1983. «Niente», rispose a quella che oggi chiama «la mia rapitrice», ma che al tempo considerava ancora sua madre, quando questa le chiese perché il babbo piangeva: semplicemente continuò come se nulla fosse. La confessione di Victor Rei, però, non era stata del tutto spontanea. Il vecchio sentiva sul collo il fiato della giustizia, che gli stava alle calcagna in seguito a una denuncia delle Abuelas de Plaza de Mayo, l’associazione creata nel ’77 per cercare i figli dei prigionieri politici, da un gruppo di donne tra cui c’era Estela Carlotto e anche Marcela Deharve de Fontana, la nonna di Alejandro.

Passò circa un mese e Victori Rei fu arrestato. Ad Alejandro fu chiesto di fare un test del dna, per confrontarlo con la banca dati in cui Abuelas ha inserito tutte le famiglie dei desaparecidos. Lui si rifiutò e quando la polizia gli piombò a casa con un mandato per raccogliere campioni genetici dai suoi oggetti quotidiani, aveva già preparato un piano: «La sera prima strofinai lo spazzolino sui denti del mio cane e l’asciugamano sulla sua schiena», ricorda. Si ostinava a proteggere la famiglia che lo aveva cresciuto, anche dopo aver scoperto che suo padre era stato parte di quel sistema che aveva arrestato i suoi veri genitori una sera, mentre cenavano, e poi li aveva torturati fino alla morte e gettati in mare da un aereo in volo.

«Scoprire una cosa del genere ti cambia tutto – prova a spiegare il ragazzo, che oggi ha una nuova vita al fianco delle Nonne de Plaza de Mayo e lavora al ministero della Pianificazione – i miei vecchi amici venivano per lo più da famiglie di militari, non è gente che si siede al tavolo con il figlio di un desaparecidos. Non avevamo più nulla in comune. D’altra parte, la tua famiglia biologica, che ti cerca da anni e ti sovrasta di affetto, all’inizio è solo un gruppo di estranei». Per lui la svolta fu una visita in carcere all’uomo che, per averlo in adozione, rispose a tutti i requisiti che l’esercito chiedeva prima di consegnare un bambino rubato: essere cattolico, proprietario di una casa ed essere membro o almeno amico delle forze armate.

«Era il 2006, andai a trovare Victor in carcere. Lo avevano condannato a 16 anni per il mio rapimento e lui mi incolpò di tutto, ma io avevo solo la colpa di essere nato e capii che tra noi era finita». Per Guido Carlotto la cosa è diversa: è stato lui a presentarsi spontaneamente alle Abuelas. Sembra che i suoi genitori adottivi non conoscessero la sua storia e che non abbiano colpe, anche se ora devono risponderne davanti al giudice e la loro posizione non è del tutto chiara.

Una versione di questo articolo è stata pubblicata sul quotidiano La Stampa.

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