mercoledì 22 nov 2017

Rosario violenta: nella città di Messi, i narcos mettono le mani sul calcio

Controllano il mercato della droga, investono nella finanza e stanno scalando il mondo del calcio, iniziando dalle giovanili e dalle curve di Newell’s e Rosario Central. Stavano per mettere impossessarsi del cartellino di Messi, ma il padre lo portò a Barcellona. Un paio di giorni fa, qualcuno ha sparato allo zio del Pocho Lavezzi: con lui sono 38 morti dal primo gennaio, 350 in tutto il 2013 e più di mille negli ultimi 10 anni

Proteste contro il potere narco a rosario (foto: Carlos Carrion / Pangea News)

Proteste contro il potere narco a Rosario (foto: Carlos Carrion / Pangea News)

Buenos Aires – La mattina di martedì scorso è stata l’inizio di una settimana di fuoco per gli agenti del 25° commissariato di polizia di Villa Gobernador Galvez, un sobborgo a sud della città argentina di Rosario. Pioveva da giorni e il procuratore Spelta li ha chiamati di buon ora per realizzare un sopralluogo nei pressi del fiume Paranà. Diverse telefonate avevano segnalato la presenza sospetta di un pick-up abbandonato con lo sportello aperto, accanto al quale i poliziotti avrebbero trovato il corpo di un uomo morto.

Il fascicolo di Jorge Lavezzi, detto Il Barba e ucciso con uno sparo alla testa, sarebbe probabilmente finito nella pila dei casi archiviati come frutto della guerra tra narcotrafficanti, che dal 2004 a oggi ha portato a più di mille morti nella città di Rosario (38 dei quali solo quest’anno), oppure, come il gesto assurdo di un tossicodipendente, disposto a uccidere per rubare un cellulare (unico oggetto mancante nelle tasche della vittima). Tuttavia, quel pescivendolo senza precedenti, era lo zio del bomber di Napoli e PSG Ezequiel Lavezzi, e la notizia ha richiamato l’attenzione su una realtà drammatica.

Rosario, la città in cui giocò Maradona, dove sono nati Lionel Messi, l’interista Mauro Icardi, l’ala del Real Di Maria e che ora ospita anche Re David Trezeguet, si è trasformata in un campo di battaglia tra cartelli della droga che, oltre a curare interessi nel mattone e nella finanza, stanno anche mettendo le mani sul mondo del calcio. In quella stessa Villa Gobernador Gálvez in cui è cresciuto Lavezzi e che oggi detiene il più alto tasso di omicidi di tutta la regione, è stato trovato nel 2012 il cadavere di Claudio Cantero, capobanda dei Los Monos (Le Scimmie), ovvero la cosca più potente sul territorio. Questo omicidio innescò una catena di vendette che dura tuttora e dalle cui indagini è emersa la presenza economica e politica dei Los Monos nelle due principali squadre cittadine: Newell’s All Boys e Rosario Central.

In una perquisizione a casa dei Cantero, sono state trovate fotografie di compleanni e altre baldorie in cui i vertici famigliari brindano con i capi ultrà del Central e del Newell’s. In due intercettazioni telefoniche, si sente uno dei loro picciotti parlare con Francisco Lapiana, un losco imprenditore con interessi in certe promesse del pallone: «Allora, com’è andato il pupillo?», chiede Lapiana. «Bene, ha talento», gli si risponde. Stanno parlando di Angel Correa, punta 19enne del San Lorenzo. La squadra di Papa Francesco ha appena battuto il Boca e il ragazzo ha segnato. Con questa e le altre intercettazioni, la magistratura decide il sequestro del cartellino, scoraggiando l’interesse dell’Atletico Madrid che l’aveva in agenda.

Secondo il giudice, i narcos di Rosario possiedono quote in almeno altri 100 giocatori. «Il narcotraffico nasce nella curva del Newell’s», ha detto il governatore, Antonio Bonfatti. In questa squadra arrivò nel ’94 Leo Messi. Era l’inizio della presidenza di Eduardo Lopez, un mandato segnato dalla corruzione e la prepotenza. Lopez usava un gruppo ultrà come braccio armato e i Los Monos ne tiravano le fila: «Controllavano i cartellini delle giovanili e negoziavano le cessioni – dice un vecchio cronista di Rosario, testimone di quei fatti – Leo fu portato in Spagna per curarsi, ma anche per strapparlo di mano al potere delle bande».

Questo articolo è stato pubblicato su La Repubblica.

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