Palmasola: il carcere autogestito che aspetta Papa Francesco

Nel 1989 i detenuti di Palmasola decisero di reagire all’abbondono in cui vegetavano prendendo il controllo del carcere. Da allora, sono loro a dettare legge nel bene e nel male, per le strade di una galera che a volte somiglia più che altro a una città, ma non smette di essere una delle più dure al mondo. Per questo, venerdì riceverà la visita di Bergoglio

L'ingresso a Palmasola: fin qui arriva la giurisdizione delle guardie. (foto: AP)

L’ingresso a Palmasola: fin qui arriva la giurisdizione delle guardie. (foto: AP)

Quando uno dei detenuti di Palmasola ti descrive quello che vede attorno a sé, sembra che si trovi in una cittadina qualsiasi della Bolivia: una strada scassata, i vapori dei ristoranti, le donne che ritirano i vestiti in lavanderia e gli schiamazzi dei bambini sopra le liti delle sale biliardo. Poi, nessuna guardia in giro. La prigione però è grande, la più grande del Paese. Ci sono padiglioni violenti e padiglioni dove si ammassano i malati gravi. Davanti all’abbandono delle autorità, i reclusi ne hanno preso il controllo nel 1989, hanno fatto cose buone e altre deprecabili, ma da allora tirano avanti così.

Venerdì Papa Francesco andrà a visitare quella che probabilmente è una delle peggiori carceri dell’America Latina e che sicuramente è un caso unico al mondo, per questa specie di autogestione che i delinquenti hanno messo in piedi. Libero Del Gesù è nella lista dei pochi che lo incontreranno, gli ha scritto una lettera che ha firmato col suo vero nome. È lo stesso che compare nella condanna a dieci anni per un sequestro di persona che ammette di aver commesso. Per parlare liberamente, però, si protegge con uno pseudonimo e ne sceglie uno che descriva il modo in cui è riuscito a sopravvivere finora: «Pregando».

I secondini di Palmasola stanno all’ingresso e su tutto il perimetro. Chiedono una tangente a chi porta dentro prodotti e materiali, alle famiglie e le prostitute in visita, ma non mettono mai piede oltre il portone. Al di là di questa soglia, comanda Leonidas. Trentenne dal tono affabile, Leonidas è stato eletto «reggente» dagli altri detenuti. Ha fatto una campagna elettorale e per due anni risponderà ai reclami dei residenti, incasserà le tasse, manderà i suoi uomini a sedare le risse e, alla presenza di una sorta di notaio, timbrerà i contratti d’affitto e compravendita.

250 dollari per noleggiare una cella, tra i 3 e i 7 mila per comprarla. 1 dollaro per passare da un padiglione all’altro, 15 per un giretto nel settore femminile, 500 per evitare di essere assegnati al «Pc4», quello delle pugnalate in bagno e i grilletti facili. Libero è entrato nel 2006. Aveva 40 anni ed ha passato i primi due in isolamento, senza chiedere un regime più blando. Da avvocato ed ex politico immischiatosi con la mala, è convinto che non ce l’avrebbe fatta se avesse esordito in mezzo alle gang.

«Ho imparato a cucinare e ho aperto un take-away con roba tipica boliviana. Il piatto forte è il pollo in umido, costa solo un euro». Il 23 agosto del 2013 ha sentito una serie di esplosioni e, per la prima volta da quando era dentro, ha visto la polizia nei vicoli di Palmasola. La banda del «Pc3-A» aveva sfondato la rete che la divide da quella del «Pc3-B», decisa a prendere il controllo del carcere attraverso certi lanciafiamme artigianali, fatti con le bombole di propano e gli accendini.

«La cosa più dura è stata vedere i cadaveri», ricorda Libero. Sono morte 31 persone, la maggior parte carbonizzate. Dire che i detenuti di Palmasola stanno per conto loro, però, non è del tutto esatto. La Pastorale Penitenziaria e i missionari spagnoli di «Hombres Nuevos» hanno creato dei corsi di artigianato e curano i malati dell’infermeria, dove finiscono quelli con le patologie gravi. Richar Calvo, 74 anni spesi in giro per il mondo, spiega che i carcerati lo chiamano «Padiglione Broncopolmonare, con la stessa ironia con cui all’entrata del penitenziario c’è scritto Centro di Riabilitazione».

Tra le 3 mila 200 persone che vivono a Palmasola, mille e quattrocento sono state ufficialmente private della libertà, gli altri sono parenti incensurati. Nel gruppo dei primi, ci sono anche due italiani. Alessandro Cenise è entrato a fine maggio con l’accusa di aver chiuso un pranzo domenicale prendendo a colpi di machete i cognati boliviani. Enea Cardini, invece, è messo peggio. Dopo un primo periodo di reclusione, è uscito con l’indulto che il presidente Evo Morales ha firmato nel 2012. Nell’interrogatorio del 21 aprile, Cardini ha detto che quattro giorni prima aveva partecipato all’omicidio di un cinese in cambio di 10 mila dollari inviatigli da Palmasola. Adesso che ci è tornato, ha ritrattato, accusando la polizia di averlo obbligato a incolparsi.

«Il Papa dovrebbe venire ogni anno perché cambi davvero qualcosa», ragiona Libero, «senza politiche di reinserimento, si moltiplicano i recidivi come Enea». Se tutto va bene, però, lui sarà fuori l’anno prossimo. Costi quel che costi, giura che non tradirà mai più il suo pseudonimo.

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