Mondiali: Google censura la disfatta del Brasile contro la Germania

Parole chiave come «sconfitti», «umiliati» o «distrutti», sono scomparse dalle tendendenze di ricerca di Google in versione Mondiali, quando messe in relazione con «Brasile». Nell’era del diritto all’oblio, il gigante di Mountainview ha pietà dei piedi d’argilla verdeoro e si è autocensurato, per sua stessa ammissione

Che cosa rappresenta questa foto per Google? La difesa (foto: la rete)

Che cosa rappresenta questa foto per Google? La difesa (foto: la rete)

«Non vogliamo girare il dito nella piaga. Una storia senza lieto fine sul Brasile, non deve por forza avere successo». Lo ha detto ieri Sam Choosley, il responsabile della redazione speciale che Google aveva aperto nella sua sede californiana di Mountainview, per attivare il sito con le tendenze di ricerca in versione FIFA World Cup. E così non è stata la Cina a chiedere di togliere la parola «democrazia» dai risultati del motore di ricerca più usato al mondo, né una modella argentina omonima di Belen Rodrguez e per questo ostinata nel voler far sparire il suo nome dall’output, poiché sistematicamente linkato a siti erotici. È stato lo stesso Google a porsi il freno, che il meccanicismo teutonico applicato al calcio reale, non ha permesso alla Germania di porsi, prima di tartassare con 7 gol i padroni di casa degli ultimi Mondiali.

Così, se durante la finale della Coppa, la struttura speciale di Google indicava per esempio le parole «quattro stelle», come topico di tendenza, perché i tedeschi e i loro tifosi profetizzavano l’imminente ingresso di un nuovo astro sulla casacca della nazionale. Oppure, se volgendo il punto di vista dal lato argentino, faceva trend la frase spagnola «avere fede», in un rivelatore atto di sottomissione nel pronostico, e successiva consegna del proprio destino nelle mani del Signore, da parte dei fanatici argentini, altrettante verità statistiche non potevano essere apprese durante le semifinali, o meglio, durante la semifinale che tutti ricordano.

Se Olanda-Argentina è stata infatti definita da molti commentatori come «la partita più noiosa della Coppa», altrettanto non si può dire di Brasile-Germania, dove le squadre sono state protagoniste di una delle più pesanti disfatte della storia dei Mondiali e del calcio più in generale. Ecco, se avessimo scritto questa frase su uno dei principali social network e magari qualcuno di voi avesse voluto ritweettarla o fargli un like, avremmo contribuito al gran marasma di commenti simili che i server di Google stavano registrando. Una mole tale, da commuoverne i timonieri e spingerli a stendere un velo digitale, ma pur sempre pietoso, sul numero esorbitante di volte che si stavano usando vocaboli come «sconfitti», «umiliati», «distrutti» e finanche «vergogna».

Messi alle strette dalla stampa, che incalzava chiedendosi se l’autocensura non portasse a una vera e propria falsificazione delle informazioni che promettevano di dare, la quale, se applicata a qualcosa di più importante (e forse anche più commovente di una semifinale), come per esempio un genocidio, avrebbe anche potuto trarre in inganno gli utenti, i dirigenti incaricati da Google hanno spiegato che nel motore di ricerca, non si tiene conto della sensibilità, ma in questo caso si era voluto fare un’eccezione, per motivi di compassione.

Prima del quinto gol dei tedeschi, hanno aggiunto ancora dalla società informatica, tenevano posizione tendenze di minoranza come «Brasile, mostra la tua forza», oppure un più generico «difesa», che pure poteva anche essere associato all’imperativo «fatti forza», come al complemento «di merda». Poi, però, «vergogna» ha preso il sopravvento.

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