Le ali della libertà: un uomo, un carcere e il suo diario per uscirne

12 anni racchiusi in un paio di zoccoli. Questo è l’Almanacco di Tiscornia, la testimonianza più fedele della vita nel maggior campo di concentramento della dittatura uruguaiana e la formula di sopravvivenza del prigioniero Jorge

Il libro negli zoccoli: Jorge Tiscornia sul set del documentario El Almanaque di Charlo (foto: El Almanaque)

Il libro negli zoccoli: Jorge Tiscornia sul set del documentario El Almanaque di Charlo (foto: El Almanaque)

Un mattino del 1972 il sogno rivoluzionario di Jorge Tiscornia finì improvvisamente. Era un latitante dei guerriglieri Tupamaros e in una strada di Montevideo incontrò un vicino di casa dell’infanzia, che a sua insaputa era entrato nella polizia politica. Dopo l’arresto fu torturato per due settimane e quando lo misero nella cella in cui avrebbe trascorso i successivi 12 anni, pensò che per sopravvivere non doveva perdere il senso del tempo. Fu per questo che iniziò a scrivere quello che lui chiama «l’Almanacco», una cronaca microscopica dei suoi 4.646 giorni di prigionia e un documento che l’Unesco ora ha voluto inserire nel patrimonio latinomaericano della Memoria dell’Uomo, come registro unico di ciò che accadde nel più grande campo di concentramento della dittatura uruguaiana.

«I militari volevano distruggerci sul piano psicologico», dice Jorge, oggi che ha 70 anni. «Non è un caso che il carcere si chiamasse Libertà e che l’unico funzionario a restare in servizio dal primo all’ultimo giorno sia stato uno psichiatra». Privato di ogni oggetto e qualsiasi compagnia, quel giovane architetto trovò un tesoro in una penna e pochi ritagli di giornale. «Il primo diario me lo sequestrarono subito e allora pensai a qualcosa di più elaborato».

Aveva trovato dei fogli grandi come un biglietto da visita, ma spessi come le pagine di una Bibbia, e poi costruì due zoccoli di legno e scavò un vano all’interno che servisse da nascondiglio. Ogni foglio conteneva due mesi e, accanto alle date, c’era un simbolo che richiamava a piè di pagina i fatti salienti del giorno. Il «Piantina kaputt» di un 19 novembre qualsiasi, per esempio, ricorda la confisca del geranio che aveva cresciuto «come un figlio». Lo schizzo di uno strumento musicale piccolissimo, rimanda alla visita ai prigionieri con doppia cittadinanza che faceva saltuariamente il console Italiano, Giampaolo Colella, e il regalo che Jorge costruì per lui: una chitarra.

Tra i «concerto di tango», i «arrivate lettere» e i «di nuovo solo», spunta nell’Almanacco la parola «ostaggi». Si riferisce al giorno in cui i 9 capi dei Tupamaros, tra cui c’era anche il presidente uscente dell’Uruguay, José «Pepe» Mujica, furono trasferiti a un altro penitenziario ed esposti alla pena di morte immediata, se il gruppo avesse continuato a fare attentati. «Il momento in cui ho avuto più paura è stato l’ultimo anno. Il regime stava per cadere, subivamo controlli continui», racconta Jorge di quel 1984 in cui lui finì per recuperare la libertà e nel Paese tornò la democrazia.

Una volta fuori decise di guardare al futuro: «Semplicemente ho messo gli zoccoli in un cassetto, con l’Almanacco dentro». Poi, un giorno del 2000 sorse una discussione tra vecchi compagni di prigione e Tiscornia andò a vedere gli appunti. Era la prima volta che svelava il suo segreto e gli altri dissero che quella storia dovesse essere per forza raccontata. José Pedro Charlo, che qualche hanno fa ci ha girato un film, ha passato un decennio a Libertà, nello stesso periodo in cui c’era anche Jorge, ma non l’ha mai visto in faccia.

«Eravamo in isolamento, ma sentivo ogni giorno uno che camminava con gli zoccoli nello stanzone delle docce». Quando Charlo seppe che cosa contenevano quelle ciabatte fuori moda, cercò Jorge per fare il film. Da allora la fama dell’Almanacco non ha mai smesso di crescere. Ne ha sentito parlare anche il console Colella, che un paio d’anni fa è tornato in Uruguay a riabbracciare Jorge e ricordare il passato. «Ho ancora la chitarra», disse al suo vecchio amico. «E io i miei zoccoli», rispose Jorge, che ora ha ceduto tutto a un museo.

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