La resa dei pescatori di Valpo: abbandoneranno la Caleta Sudamericana

Dopo aver bruciato le barche sul molo, i pescatori della città cilena di Valparaiso hanno accettato di abbandonare il loro storico approdo. Mentre organizzazioni culturali chiedono la protezione dell’Unesco, loro diventano il simbolo di un tempo che passa in sola andata, intascando il modesto risarcimento dello Stato che rinnoverà il principale porto del Cile

Remi in barca: i pescatori di Valpo si sono arresi (foto: la rete)

Remi in barca: i pescatori di Valpo si sono arresi (foto: la rete)

Sono finite le notti al largo di Valparaiso, con in acqua le esche che sembravano luci di un enorme albero di Natale. La vecchia Caleta Sudamericana ha alzato bandiera bianca e dovrà cedere il posto al moderno Terminal 2. Il suo nome antico cade sotto il peso di un nome nuovo, con la resa dei suoi ultimi pescatori. Cento cacciatori di calamari giganti vinti da un tempo che passa senza rimpianti sui loro ricordi e sulle loro deboli barricate, alzate nell’ultima battaglia in riva a quel che chiamano poeticamente «la mare».

Erano anni che si parlava della necessità di rinnovare la struttura del principale scalo marittimo del Cile, un portale di scambio per più di 10 milioni di tonnellate di merci l’anno e più di 150 mila passeggeri. Anni in cui i pescatori della Caleta Sudamericana sono passati dal chiedere un accesso al mercato cittadino del pesce, visto che erano praticamente imprigionati nel loro molo e penalizzati rispetto a quelli dei moli concorrenti, a pretendere di poter invece restare in un luogo che oggi viene considerato storico da alcuni e obsoleto da altri.

Esperti, pianificatori e grandi managers hanno più volte spiegato che il trasferimento di questa e delle altre caletas era inevitabile, davanti a quella che sarà la principale opera di rinnovamento del porto dal 1906 ad oggi. Nelle scorse settimane, la gran maggioranza dei sindacati portuali aveva accettato l’offerta di indenizzi e risarcimenti presentata da EPV (Empresa Portuaria Valparaiso), la società statale che si spartisce equamente i 10 approdi di Valpo con la privata Terminal Pacifico Sur S.A., ma quelli della Sudamericana avevano finora detto “no”, ritenendo la cifra troppo bassa per comprare la loro estinzione.

Così, le loro lance avavano smesso di tornare in porto cariche di calamari ed avevano iniziato a bruciare sul molo. Le loro maschere, avevano smesso di proteggerli dagli sputi d’inchiostro delle loro prede, difendendoli dai lacrimogeni dei Carabineros. Quella però era una guerra di resistenza che non potevano vincere.

Davanti alla notizia della loro firma e della definitiva partenza dei lavori, che da carte d’appalto era prevista per dicembre, un nutrito gruppo di organizzazioni cittadine ha fatto presente il proprio disaccordo davanti all’Unesco, chiedendo il riconoscimento del valore storico di questi luoghi, minacciati dal nuovo porto ed anche da un nuovo centro commerciale.

In questo, però, sta tutta la realtà desolante dei 100 pescatori della Sudamericana: la loro sopravvivenza sarebbe stata possibile solo in qualità da fenomeni da museo. Alla questa sconfitta, però, fa da controparte e da lieto fine il successo dei colleghi di Coquimbo, dove la Caleta de Pescadores non è solo dei luoghi più pittoreschi della città, ma è anche l’esempio di un modello di sfruttamento su piccola scala che risulta essere eco-sostenibile, dove eco sta sia per ecologicamente che economicamente. Qui i gamberi giganti, per natura più abbondanti, hanno trovato un’importante domanda internazionale che permette la sopravvivenza della pesca artigianale.

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