mercoledì 20 set 2017

La lotta (in Francia) per il trono dell’Araucania cilena

È la storia di un regno che non c’è, ma che continua a esistere. Di guerre, successioni, conquiste e schiavitù. Di un esercito che difese la fertile terra di Araucania, al confine tra Argentina e Cile, per secoli. E di un avvocato, francese, proclamato re delle comunità indigene

De Tounens tra i Mapuche: i tempi andati in cui il regno era unito. (foto: la rete)

De Tounens tra i Mapuche: i tempi andati in cui il regno era unito. (foto: la rete)

Lunedì 6 gennaio 2014, il dipartimento della Dordogna, nella Francia occidentale, annunciava la morte del Principe Philippe I di Araucania e Patagonia, anche conosciuto come Philippe Boiry, avvocato e decano della facoltà di Scienze delle Comunicazioni dell’Università di Parigi. Era salito al trono nel 1951. Il trono di un regno sconosciuto e per molti inesistente ma che resta ugualmente ambito, tanto da scatenare una lotta per il titolo.

Il successore nominato secondo le regole della casa reale, Jean-Michel Parasiliti, amico intimo di Boiry, non ha convinto due dei cavalieri dell’ordine della Stella del Sud, la massima distinzione del regno, che hanno organizzato un’elezione parallela per far salire al trono uno dei loro figli, Stanislas Parvulesco, che si è già autoproclamato Stanislas I, con tanto di foto con le mani sulla corona.

Per seguire gli intrighi di questa singolare casa reale, bisogna tornare indietro nei secoli, precisamente a quando le tre caravelle di Colombo arrivarono sulle coste del nuovo mondo. A quel tempo, nelle sconfinate terre del sud, il popolo originario dei Mapuche viveva e coltivava le terre che lo ospitavano e le difendeva con un poderoso esercito. Tanto, che i conquistadores spagnoli dopo anni di guerra furono costretti a riconoscere il diritto dei Mapuche alla propria integrità territoriale con il trattato di Killen. Era il 6 gennaio del 1641. A questo trattato, che stabiliva le frontiere del territorio Mapuche, ne seguirono altri 28. Per quasi due secoli, i Mapuche continuarono a vivere nelle loro terre. Ma la voglia d’indipendenza di Argentina e Cile dalla Spagna e le mire espansionistiche dei due giovani paesi preoccupava i lonko, i leader delle varie comunità indigene. E fu proprio allora, nel 1858, che l’avvocato francese Orélie-Antoine de Tounens, sbarcò in Cile.

Per la storia ufficiale del paese, Orélie-Antoine de Tounens è un francese pazzo che cercò, senza successo, di stabilire una monarchia costituzionale a sud del fiume Bio Bio nel territorio mapuche. Ma per Quilapán, uno dei più importanti lonko della resistenza mapuche contro il Cile, e per altri tremila capi, non fu così.

Due anni dopo, nel 1860, nominarono Antoine de Tounens re del regno di Araucania e Patagonia. Un fatto insolito, in una comunità molto legata alla discendenza dei suoi membri. «A quel tempo i mapuche non erano così diffidenti verso gli stranieri, eleggevano un capo in base al suo valore, poteva essere eletto un uomo, una donna e anche uno straniero – ci racconta Reynaldo Mariqueo, mapuche della diaspora e uno dei più attivi portavoce delle comunità indigene all’Onu, che ha fondato in Inghilterra l’organizzazione “Enlace Mapuche International” (collegamento internazionale dei Mapuche). «Aveva dimostrato il suo valore – continua – e la fondazione del Regno fu la conclusione a cui arrivarono i lonko per consolidare un’indipendenza riconosciuta dalla Spagna nel 1641. Sia il Cile che l’Argentina avevano dimostrato le loro intenzioni di espansione verso i nostri territori». Il giornale conservatore cileno El Mercurio, nel maggio del 1859 scriveva: “Gli uomini non sono nati per vivere inutilmente come gli animali selvatici, senza il beneficio del genere umano; e una associazione di barbari così barbari come i pampas o gli araucani, non è nulla più di un’orda di belve, che devono urgentemente essere incatenate o distrutte nell’interesse dell’umanità e del bene della civilizzazione”.

«La reazione naturale fu quella di cercare appoggio e riconoscimento internazionale. Con il francese si presentò questa opportunità» afferma Mariqueo da Bristol, dove arrivò nel 1976 dopo essere scappato dalla dittatura di Pinochet in Cile e poi da quella di Videla in Argentina.

Il regno durò poco. Il Cile temeva la situazione e «infiltrò agenti per seguire i movimenti di Antoine de Tounens». Lo arrestarono vicino alla frontiera cilena con l’accusa di disturbatore dell’ordine pubblico e lo rinchiusero in un manicomio, da dove il console francese riuscì a salvarlo anni dopo e a riportarlo in Francia. Ritornò due volte in Cile e altrettante in Argentina, reclamando inutilmente il suo regno. Poco prima di morire, creò la sua “corte nell’esilio” in un piccolo appartamento parigino e terminò i suoi giorni da impiegato municipale. Morì in Dordogna nel 1878.

Il regno, però, è rimasto vivo. «Parvulesco è solo un ragazzetto in cerca di pubblicità» continua Mariqueo, che sostiene come invece il principe Philippe sia stato «un uomo che ha sempre difeso l’identità mapuche e la nostra lotta». Al di là della monarchia e la lite per la successione, infatti, la Casa Reale esiste, è riconosciuta dalle corti in Francia e attraverso la ONG “Auspice Stella”, ha persino ottenuto lo status consultivo all’Onu (che rende ufficiale il ruolo delle ONG e attesta che possono svolgere ruoli internazionali significativi). «La casa Reale – conclude Mariqueo, che ne è anche consigliere – non pretende di attribuirsi la rappresentanza né essere la portavoce del popolo Mapuche. E non vuole nemmeno ricreare una monarchia. Ma il principe Philippe è sempre stato vicino alla nostra lotta e, se questo ci può aiutare a diffondere la nostra causa in Europa, allora la difenderemo».

Una versione di questo articolo è stata pubblicata su Repubblica Sera

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