La guerriglia attacca il petrolio: disastro ambientale in Colombia

Quasi trent’anni di attentati contro pozzi, camion e oleodotti hanno portato le Farc a uno spargimento di greggio 15 volte superiore a quello della Exxon Valdez. Profughi, danni all’ecosistema e un difficile negoziato per la fine della guerra civile.

Disastro ambientale: un ragazzo osserva il versamento di Tumaco (foto: la rete)

Disastro ambientale: un ragazzo osserva il versamento di Tumaco (foto: la rete)

La mattina di giovedì scorso iniziava una giornata dura per gli uomini della Brigada de Selva n°27 dell’esercito colombiano. Poco prima dell’alba, i guerriglieri delle Farc avevano bloccato quattro autobotti nella valle del Guamuez e aperto le bocchette per scaricare il greggio. Tutt’attorno, c’erano 23 cariche esplosive collegate a un innesco, il cui scopo era quello di impedire ai soldati di fermare il versamento. Il 49esimo attentato alla rete petrolifera nazionale dall’inizio dell’anno, è stato sventato a tempo, ma introduceva anche una nuova tecnica nella più classica strategia di incendio dei pozzi e detonazione degli oleodotti, che i ribelli portano avanti dal 1986 e che ha già causato lo spargimento di circa 4 milioni di barili di petrolio.

«È una tragedia ambientale silenziosa», ha detto il presidente della camera di commercio degli idrocarburi colombiani (Acp), Francesco Lloreda, in merito a un danno che quantifica nell’ordine delle 15 volte superiore rispetto al disastro della petroliera Exxon Valdez, che nel 1989 si incagliò su una scogliera in Alaska, inquinando il mare fino in California e uccidendo 250 mila animali, tra uccelli, foche, orche e salmoni. Le sue parole sono state pronunciate all’indomani del 7 giugno, quando una bomba ha fatto esplodere l’Oleoducto Transandino nei pressi della località di Tumaco. Era il quarto episodio nella stessa settimana. I 10 mila barili filtrati a terra avrebbero raggiunto il fiume Mira e di qui il Pacifico, lasciando 160 mila persone senza acqua potabile.

«Non andiamo fieri di quello che è successo – hanno detto i portavoce dei guerriglieri – così come non ci rallegra uccidere i soldati regolari. Le consideriamo conseguenze sgradevoli della nostra lotta». Il petrolio occupa il 50% delle esportazioni colombiane e viene estratto in buona parte dalla compagnia pubblica Ecopetrol. Dal punto di vista delle Farc, quindi, colpire lei equivale a colpire lo Stato che combatte dal 1964, in una guerra civile che coinvolge anche altri gruppi filo-marxisti o paramilitari nazionalisti, e in cui sono morte 220 mila persone, 25 mila sono scomparse e i profughi sfiorano i 5 milioni.

In ogni caso, le Farc non si limitano a spargere il petrolio nell’ambiente. Nei loro sabotaggi, riescono anche a rubare un terzo del greggio che sottraggono alla rete, usandone una parte per le miniere illegali e due parti per raffinare la coca che coltivano in montagna. È difficile stabilire il numero di contadini e «indios» della selva che sono dovuti migrare dopo la contaminazione delle loro terre, così com’è è difficile determinare l’impatto reale del fenomeno su uno degli ecosistemi più ricchi del pianeta.

Tuttavia, si può fissare attorno ai 220 mila dollari il danno economico che i guerriglieri causano ogni giorno al settore. Il problema è così grave che venerdì l’economista Gonzalo Restrepo ha rassegnato le dimissioni dal consiglio d’amministrazione dell’Ecopetrol e si è unito alla squadra del governo che, dall’ottobre 2012, sta negoziando la pace coi ribelli a Cuba.

In mille giorni di trattativa, si è arrivati a un accordo su questioni centrali come lo stop al reclutamento di minorenni nella guerriglia e la bonifica delle aree minate, ma non c’è ancora la certezza di poter porre fine alle ostilità. A partire da domani, le Farc hanno indetto un cessate il fuoco unilaterale per cercare di rilanciare il dialogo dopo lo stallo delle ultime settimane. Visti i fatti recenti, il governo ha però espresso scetticismo sulla loro buona fede e l’esercito continuerà a dar loro la caccia.

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