La città delle donne: in Argentina, l’incontro femminista più grande al mondo

Inutile cercare un aggettivo per descrivere le donne che hanno camminato per le strade di Salta, durante l’Incontro Nazionale 2014, il più grande raduno femminista al mondo. Per farlo, ci vuole un nome. Per esempio quello che si crea sommando tutti quelli delle partecipanti o prendendone uno solo, il primo: Eva, come Eva Murillo

Salta – Le ragazze californiane che viaggiano per l’America Latina con lo zaino in spalla, i signori delle piantagioni di tabacco che prendono un caffè in piazza con la camicia della domenica, le donne indigene che vendono i pani di mais stufato, i mocciosi all’inseguimento del pallone e con loro anche tutti gli altri personaggi che solitamente circolano per la città argentina di Salta, si sono sorpresi alcuni giorni fa, davanti a un fenomeno unico: le strade erano state invase da migliaia di donne, venute da tutto il paese, dal continente e finanche dal mondo, per incontrarsi e parlare dei loro problemi, per dare voce ai loro bisogni e per celebrare la femminilità libera e spontanea del loro essere.

Se ne attendevano 25 mila, ma sono state più di 40 mila. Alcune hanno viaggiato in pullman per ore, provando i cori da fare alla manifestazione, altre hanno valicato in aereo quelle Ande maestose che coronano il luogo in cui si erano date appuntamento, intrattenendosi con una commedia romantica e una coppa di rosè. Le une giovani e intransigenti contro la vecchia abitudine delle battute maschiliste e allusive. Altre più avanti negli anni, rapide nello spararne in serie, perché dicono che con l’età si scherzi più volentieri sul sesso. Già, il sesso. Il “sesso debole”, il “gentil sesso”, si continua a sentir dire, facendo andare su tutte le furie le fanatiche che per settimane hanno coltivato il rifiuto della depilazione e ora lo sfoggiano orgogliose marciando su un viale a seno nudo, sputando in faccia ai fondamentalisti che proteggono le belle chiese cittadine con una catena di preghiera, e litigando continuamente con le compagne che si danno una crema costosa al gruppo di dibattito sul divorzio, o quelle che vanno col rosario al collo a dormire sul pavimento di una delle scuole che il comune ha aperto per alloggiarle tutte.

Una manifestazione a favore dell'aborto, durante durante l'incontro femminista di Salta, Argentina. (foto: Filippo Fiorini / Pangea News).

Una manifestazione a favore dell’aborto, durante durante l’incontro femminista di Salta, Argentina. (foto: Filippo Fiorini / Pangea News).

Non c’è aggettivo per descrivere il tipo di donne che si sono incontrate a Salta, o almeno, non ce n’è uno che ne comprenda l’insieme. È proprio perché sono uniche e diverse che si sono incontrate ogni anno per 29 volte, dal 1986 a oggi. All’inizio erano solo 10, poi sono cresciute, andando di pari passo con la storia argentina e del resto del pianeta. Un pianeta in cui tuttavia la maggior parte degli stati a sud dell’Equatore proibisce ancora l’aborto, assistendo alla morte di 40 donne al minuto, che hanno cercato un’interruzione di gravidanza clandestina; ma anche un’Argentina dove la violenza sulle donne segna ogni mese un nuovo record, portando la stessa città di Salta a dichiarare l’emergenza sanitaria e gli statistici locali a riferire di un femicidio ogni 35 ore in tutto il paese, che spesso resta impunito.

Ecco, se c’è una parola che può comprendere la varietà delle partecipanti all’Incontro delle Donne 2014, non è un aggettivo, ma un nome: quello di Eva Murillo. Fino alla settimana scorsa Carmen Evelia Murillo era solo una maestrina di campagna, mentre oggi è già un idolo delle masse. Certo, ci ha dovuto mettere la vita, ma, come dice sua cognata Mirta, che le ha scritto una poesia, «forse non è stato un sacrificio vano». La sua è la storia di una ragazza madre che, non appena la figlia è diventata maggiorenne, ha accettato il trasferimento in una scuola remota, in un posto che fa arrossire chi ne pronuncia il nome, perché in spagnolo suona tipo “lo stupidaio”: El Bobadal. A El Bobadal Eva avrebbe guadagnato il doppio che a Salta e avrebbe potuto pagare l’iscrizione ad architettura di Sofia, anche se al costo di tornare a casa solo ogni tre mesi.

“Scatena il caos”: ecco cosa dice la scritta che questa giovane femminista espone sul petto, manifestando a seno nudo durante l'incontro delle donne di Salta, in Argentina.  (foto: Filippo Fiorini / Pangea News).

“Scatena il caos”: ecco cosa dice la scritta che questa giovane femminista espone sul petto, manifestando a seno nudo durante l’incontro delle donne di Salta, in Argentina. (foto: Filippo Fiorini / Pangea News).

Così ha accettato di andarci. Di cucinare col forno a legna ogni giorno per 10 scolari di etnia wichi. Di insegnare loro tutte le materie del programma e di spostare i banchi la sera, per fare spazio ai materassi in cui quei 10 piccoli indiani avrebbero passato la notte, perché le loro famiglie vivono a 20, 30 km di savana da lì, e passano a prenderli solo nel week-end. Una routine da seconda madre che Eva considerava temporanea, ma che è stata interrotta prima del previsto da José Cortez, detto Macu, e dalla sua sbornia. L’arrivo del Macu ubriaco è stato annunciato venerdì 3 ottobre da una ragazza di diciott’anni, che ha aperto la porta della scuola di Eva verso le dieci di sera, piangendo perché un uomo voleva violentarla.

Quando Macu ha bussato, Eva ha detto alla ragazza: «Stai dentro», e poi è uscita a dire: «Vai via!» allo stupratore, ma l’altro aveva un fucile e ha sparato senza ribattere, puntando dritto al petto, perché per ammazzare gli eroi bisogna fermargli il cuore. «Da quando c’è stato il funerale, viene tutti i giorni un sacco di gente», dice la portinaia del cimitero, di quella donna di 44 anni che ha sfidato la morte per salvare una ragazzina. «La testa è da quella parte», precisa invece il becchino, indicando il lato sud della cucitura di terra smossa che ha lavorato sul prato fresco del camposanto. Sulla tomba di Eva c’è solo un mazzo di fiori, in una bottiglia di plastica tagliata. Il suo nome, quel nome che nella Bibbia fu della prima donna sulla terra, non c’è, perché l’hanno preso le altre e l’hanno messo su tutte le bandiere, su tutti i cartelli e l’hanno scritto sui muri di Salta, la città delle donne.

Femministe e cattoliche: tre signore si riposano dopo una lunga camminata, vestendo i colori del loro gruppo di donne cattoliche. (foto: Filippo Fiorini / Pangea News).

La tomba di Eva Murillo (foto: Filippo Fiorini / Pangea News).

Accanto alla cognata di Eva c’è spesso la sorella di Paola Acosta, Marina. Maru è convinta di aver assistito a un miracolo, da quando suo cognato ha ucciso Paola e l’ha gettata in un tombino insieme alla loro figlia di due anni. Ci sono volute 80 ore prima che la polizia le trovasse: la madre ha ceduto piano piano l’ultimo calore che le restava al mondo e ha salvato la bimba. «La faremo pagare a quel figlio di troia», ruggisce Marina contro l’assassino, coniando una frase che diventa subito uno slogan. Uno slogan come quello che ha chiuso l’incontro: «Nonostante tutto, ce l’abbiamo fatta: ci siamo incontrate anche quest’anno». Significa nonostante i conservatori che hanno fatto di tutto per evitare l’incontro, nonostante i divieti di certi mariti e la diffidenza di certe signore. Nonostante tutto, ce l’hanno fatta e ognuna di loro adesso, tornando a casa, scopre di essere cambiata.

Una versione di questo articolo è stata pubblicata sulla rivista D La Repubblica delle Donne.

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