mercoledì 23 ago 2017

Il Principe vuole il regno di Sinaloa: c’è la mano di Rafael Caro Quintero dietro l’attacco a casa del Chapo

il raid nella terra di Joaquin Guzman sarebbe stato ordinato da Rafael Caro Quintero, detto El Principe, che ha mandato il nipote del Chapo a razziare la casa della madre del boss e lasciare un messaggio molto chiaro: vuole prendersi Sinaloa

Rafael Caro Quintero: Il Príncipe vuole il regno di Sinaloa (foto: la rete)

Rafael Caro Quintero: Il Príncipe vuole il regno di Sinaloa (foto: la rete)

Nelle scorse settimane la nota giornalista ed esperta di criminalità organizzata Anabel Hernández ha pubblicato sul settimanale messicano Proceso alcune riflessioni sui recenti fatti di La Tuna: ricapitolando in breve, l’11 giugno un numeroso contingente armato ha fatto irruzione nel paesino natale di Joaquín Guzmán, uccidendo alcune persone e saccheggiando la casa dell’ottantenne madre del narcotrafficante.

A seguito di investigazioni condotte sul luogo, Hernández ha motivo di credere che dietro all’assalto del villaggio non ci sia – come riportavano le prime analisi – Isidro Meza Flores (ovvero El Chapo Isidro), ma addirittura Rafael Caro Quintero, El Príncipe.

Assieme al Padrino Miguel Ángel Félix Gallardo, Rafael Caro Quintero fondò nel 1980 il Cartello di Guadalajara, uno dei primi, veri cartelli messicani nonché l’organizzazione criminale più potente del Messico fino al 1989, anno dell’arresto di Félix Gallardo. Joaquín Guzmán mosse i primi passi nel mondo del narcotraffico proprio all’interno del Cartello di Guadalajara, diventandone presto uno dei principali collaboratori. Da quello di Guadalajara nacquero, nel 1989, i cartelli di Tijuana, di Juárez e di Sinaloa: dopo anni di lotte, Sinaloa riuscì ad imporsi sugli altri due.

Arrestato nel 1985 e condannato a quarant’anni di prigione, grazie a presunte irregolarità giudiziarie, Caro Quintero ne scontò solamente ventotto, e nel 2013 venne dunque rilasciato. Hernández ritiene che, in questi ultimi tre anni circa di libertà, El Príncipe abbia recuperato una buona parte del suo passato potere, stringendo alleanze con diverse organizzazioni criminali e in particolare con gli Zetas, il Cartello Nuova Generazione di Jalisco (CJNG) e il Cartello dei Beltrán-Leyva, quest’ultimo – si ricorda – nato nel 2008 da quello di Sinaloa e da allora suo rivale. Vale il detto, sembrerebbe, «il nemico del mio nemico è mio amico», specialmente se si considera che CJNG e Los Zetas sono contemporaneamente in guerra tra di loro e con Sinaloa.

Se le cose stessero davvero così, l’attacco a La Tuna, paese d’origine del Chapo, acquisterebbe maggiore concretezza e gravità. La responsabilità non andrebbe infatti ricondotta ad un cartello – quello dei Beltrán-Leyva – tutto sommato di secondo piano, ma ad un grandissimo nome del narcotraffico: Rafael Caro Quintero appunto, che rientrato nel “giro” reclama ora prepotentemente il controllo del suo antico e strategicamente importante territorio (il Triangulo Dorado, tra gli stati di Sinaloa, Chihuahua e Sonora) per garantirsi la libera circolazione delle proprie narcosostanze, senza pagare il “dazio” al Cartello di Sinaloa.

Un altro nome conferma ulteriormente le parole di Anabel Hernández. Sembrerebbe ormai appurato che l’autore materiale dell’assalto a La Tuna non sia stato Isidro Meza Flores, ma El Mochomito, ovvero Alfredo Beltrán Guzmán, figlio maggiore di Alfredo Beltrán Leyva. E nipote di El Chapo.

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