Il carteggio Carter-Videla: «Grazie per l’invito al matrimonio, ma prima ferma il massacro»

La cortesia e la fermezza. Sono questi gli strumenti che l’ex presidente americano Jimmy Carter utilizzò tra il 1977 e il 1981, per trattare con la dittatura militare argentina. I generali a Buenos Aires stavano massacrando gli oppositori politici, in un’offensiva interna che era iniziata l’anno prima e che sarebbe durata fino a quello successivo. Tuttavia, continuavano a essere un partner indispensabile nella Guerra Fredda e, in certi casi, addirittura degli amici.

Unione d'intenti: il dittatore argentino Jorge Videla a Washington insiema a Jimmy Carter (foto: la rete).

Unione d’intenti: il dittatore argentino Jorge Videla a Washington insiema a Jimmy Carter (foto: la rete).

Buenos Aires – Lo si sapeva da tempo, ma la conferma e i dettagli della vicenda sono arrivati solo ieri, insieme ad alcune lettere che il presidente democratico Jimmy Carter scambiò coi suoi omologhi golpisti a sud del Rio de la Plata: i generali Jorge Videla e Roberto Viola, nonché l’ammiraglio Emilio Massera. Gli scritti si trovavano sparsi nelle 1.080 pagine di documenti segreti, che il governo americano ha appena declassificato su richiesta di Buenos Aires, con la promessa di diffondere presto altro materiale.

Il primo a prendere carta e penna fu proprio Jimmy Carter, che scrisse a Videla. È l’11 ottobre del ’77, lui è al governo da 10 mesi, mentre la dittatura argentina ha già un anno e mezzo di vita. L’autoproclamata Junta Militar sente che l’aria in arrivo da nord sta cambiando, mentre finora ha avuto sempre carta bianca dal repubblicano Gerald Ford e dal suo segretario di Stato, Henry Kissinger.

«Mi permetta di ricordarle il piacere che mi ha fatto incontrarla a Washington – scrive Carter – mi sono rimaste impresse le sue parole per cui entrambi abbiamo le stesse priorità in agenda». Si tratta dell’appoggio argentino agli accordi sul canale di Panama e per la non proliferazione nucleare in America Latina. Fin qui, tutto bene. Poi, però, Carter arriva al punto: «Bisogna ammettere che l’Argentina viene spesso accusata di star violando i diritti umani. Lei ha ragione nel dire che i terroristi cercano di isolare il Paese con la propaganda, ma sono sicuro che la loro voce perderebbe forza, se permettesse l’indagine di una commissione internazionale».

Le violazioni di cui parla Carter sarebbero state quantificate due anni dopo «nell’ordine di migliaia di sequestri, tra tre mila e venti mila», in un memorandum del Dipartimento di Stato compreso nello stesso pacchetto di documenti appena desecretato. La propaganda a cui fa riferimento era stata montata in USA ed Europa da associazioni per il ritrovamento dei prigionieri politici e dagli stessi gruppi della sinistra armata, che prima del golpe avevano tentato la rivoluzione. La commissione proposta, invece, sarebbe arrivata per conto degli Stati Americani (Osa) nel settembre ’79, e avrebbe chiesto di «porre in libertà i detenuti senza giusta causa» e «sanzionare coloro che applicano la tortura».

Nella lettera, Carter si scusa «anche con la signora Videla» per non aver potuto partecipare al matrimonio di loro figlio. Il dittatore risponde a distanza di pochi giorni. Glissa sui reclami di cambiar registro in politica interna e si concentra su un fatto personale: Carter ha chiesto notizie dei Deutsch, una famiglia di ebrei comunisti finita in mano al regime. Il lessico è marziale: «Sono membri attivi del Partido Comunista Revolucionario fuggiti all’estero. I loro figli sono in prigione in attesa di essere sottoposti ai tribunali militari».

Buenos Aires, 05/03/13 - Former argentine dictator Jorge Rafael Videla during the Plan Condor trail, where he was charged for crimes agains humanity. This was his last public appearance, before dying.

Addio ai bei tempi andati: Videla in manette, fuori dai tribunali di Buenos Aires, poche settimane prima della sua morte. (foto: Pangea News)

Il dettaglio suona come una campana da morto. Anche i genitori, infatti, sono detenuti in celle da cui difficilmente si esce vivi. Invece, poi, la buona parola fa effetto e si salveranno tutti. L’unica cosa che portò l’Argentina a moderare la repressione, però, fu l’efficacia dei propri metodi. Henry Kissinger lo disse chiaramente quando scese da privato cittadino nel Paese, per vedere i Mondiali di calcio del ’78.

«Ha suonato la musica che volevano sentire i militari», dicono i diplomatici di Carter imbestialiti, nelle lettere che mandano a Washington. Per non raffreddare le relazioni, si fa vivo prima l’ammiraglio Massera, poi il successore di Videla, il generale Viola. Il loro tono rasenta la cessione di sovranità: «Abbiamo avuto punti di vista diversi, ma siamo uniti da una cosa che supera le frontiere: il principio d’Occidente, che è l’amore, la speranza e la misericordia», scrive il marinaio e così otterrà che il Dipartimento di Stato si raccomandi di non credergli e non incontrarlo, perché è solo «un opportunista di talento».

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