«Hanno ammazzato Ernesto Che Guevara»

Quando nell’anno ’67 si seppe che Ernesto era stato catturato nella selva boliviana, Walter Operto, allora un giovane giornalista argentino, fu inviato sul posto per indagare e scoprì che la versione ufficiale era falsa: il leggendario guerrigliero non era morto in una sparatoria, ma fu fatto prigioniero e giustiziato, nel vano tentativo di porre fine a un grido di ribellione che invece divenne enorme

Triste e arrabbiato: così si sentì Walter dopo la sua storica scoperta (foto: Pangea News)

Triste e arrabbiato: così si sentì Walter dopo la sua storica scoperta (foto: Pangea News)

Buenos Aires – In un giorno qualsiasi della primavera argentina è arrivato a Buenos Aires Walter Operto, un signore elegante e sereno, che gli appassionati di teatro riconoscono per essere uno dei più stimati drammaturghi di queste terre. Pochi però sanno che quasi cinquant’anni fa, fu anche il giornalista che scoprì e denunciò l’omicidio di Ernesto Che Guevara, smentendo la versione ufficiale per cui il leggendario guerrigliero era morto combattendo contro l’esercito boliviano.

Quanti anni ha, Walter?

76. Sono nato in provincia di Rosario, da due contadini piemontesi.

Quando nacque la sua passione per il giornalismo?

Fu più che altro una necessità. Io scrivevo racconti, versi, cercavo lavoro e nel ’54 un gruppo di poeti mi fece entrare in un quotidiano.

Quando arrivò alla rivista Asì?

Nel ’62. A Rosario non c’erano praticamente più giornali, erano falliti tutti, allora mi trasferii a Buenos Aires.

Che taglio editoriale aveva la testata?

Era una rivista popolare nel senso migliore del termine. All’epoca il peronismo era proibito. Era una brutta parola dire “Peron”, “Viva Peron”, “peronista”, potevi essere arrestato. La rivista Asì si occupava di problemi sociali. Le proteste dei lavoratori dello zucchero. Le lotte dei preti terzomondisti e poi qualche notizia di cronaca. Era la più letta del Paese.

Come arrivò in redazione la notizia della morte di Ernesto Che Guevara?

Nell’ottobre del 1967 stavamo seguendo con attenzione la Bolivia perché era nata una guerriglia di tipo focolaista (Che Guevara teorizza ne La Guerra di Guerriglia che sia possibile innescare una rivoluzione anche partendo da un piccolo focolaio ribelle, ndr) nel dipartimento del Beni, la zona contadina del Paese. Sapevamo che erano braccati.

Sapevate anche che tra loro c’era Che Guevara?

No, non lo sospettavamo neppure. Alla testa c’erano i fratelli Inti e Coco Peredo del Partito Comunista Boliviano. Allora l’ubicazione del Che era sconosciuta e causa di ipotesi di ogni tipo, anche completamente inverosimili, come che Fidel lo tenesse prigioniero o che fosse morto in Congo. La notizia della sua presenza in Bolivia si apprese solo dopo l’ultimo combattimento, l’8 ottobre, quando dissero che era stato fatto prigioniero.

Quale fu la vostra reazione?

Il direttore, mi assegnò un fotografo, Hugo Lazaradis, e mi disse che dovevo andare in Bolivia. Chiamò anche Miguel Fitzgerald, che pilotava il piccolo Cessna del gruppo editoriale, e 5 ore dopo volavamo verso la frontiera.

Vi ha mandato perché diffidava della versione ufficiale?

No, per niente, solo perché era una notizia rilevante. Arrivammo a Valle Grande, in Bolivia, senza mappa, atterrammo in campetto da calcio e apprendemmo che c’erano novità: Ernesto era morto.

Era il posto in cui l’Esercito boliviano aveva fatto base per dare la caccia al Che?

Si. Il comandante in capo era il colonnello Zenteno Anaya. Il gruppo che alla mattina aveva combattuto nella Gola del Yuro (dove cadde Ernesto, ndr), era agli ordini del capitano Gary Prado. Questi però erano ancora nella selva, inseguivano i guerriglieri sopravvissuti.

Qual è stata la prima cosa che ha fatto, una volta arrivato?

Parlare con Zenteno Anaya. Sono andato alla caserma, i Rangers erano un corpo d’elité dell’Esercito boliviano, addestrati in USA. Avevano armi moderne, grande prestanza fisica.

E Zenteno Anaya che le disse?

Che Guevara si era consegnato dopo essere stato ferito da una raffica di mitra, alzando una bandiera bianca e gridando: «Non uccidetemi, sono Ernesto Che Guevara e per voi valgo più da vivo che da morto». Poi mi disse che alcuni dei suoi soldati erano stati feriti e gli chiesi di poterli vedere, ma negò che fossero ancora lì. Disse che erano tutti a La Higuera, nella scuola in cui era stato esposto anche il cadavere del Che.

C’erano altri giornalisti con voi?

C’era solo il mio fotografo. Dopo aver parlato col colonnello, andammo a cercare il medico che aveva fatto l’autopsia sul cadavere, il dottor Martinez Caso. Volevo che mi descrivesse le ferite. Mi raccontò che Ernesto era stato colpito a un fianco, alle gambe, alla spalla, e all’altezza del capezzolo sinistro.

Il cuore.

Si, il cuore. Il foro era di un calibro diverso dagli altri. Quella era stata la causa della morte. Come poteva aver detto «non uccidetemi», con una ferita del genere? Lì nacque il sospetto che non fosse morto in combattimento. E il dottore mi diede l’informazione che poco prima mi aveva negato Zenteno Anaya. Mi disse: non avete parlato con i soldati che hanno combattuto nel Yuro? No, gli risposi io, dove sono? E lui mi disse che i feriti erano all’ospedale Señor de Malta, poco lontano da lì. A quel punto ci raggiunse Chouzinho, un cameraman argentino corrispondente della Columbia Television Color statunitense. Gli raccontai quello che sapevo e decidemmo di andare all’ospedale. Per convincere le guardie a lasciarci passare, fingemmo di essere militari. Siamo arrivati con passo deciso e abbiamo dato il buongiorno con tono marziale. I soldati si sono aperti senza battere ciglio. Avevamo i nomi dei soldati Choque, Taboada, Paco e Gimenez e appena entrati in cortile dissi: «Infermiera! Dov’è il soldato Choque?». Lo trovammo in una gran camerata, insieme agli altri feriti. Gli chiesi se fosse stato al Yuro e se avesse visto Ernesto. Mi disse di averlo visto vivo e ferito e mi confermò che si era arreso. «Quando l’hanno ucciso?», gli chiesi allora. «Il giorno dopo, signore – mi rispose lui – gli hanno sparato». Tutti gli altri tre soldati feriti ripeterono la stessa versione.

I soldati dell’ospedale erano presenti quando lo uccisero?

No. Ma sapevano che l’avevano giustiziato. Prima mi dissero che era stato un sottufficiale e io attribuii il gesto a Gary Prado. Poi si scoprì che era stato il tenente Mario Teran.

E poi cosa successe?

Entrò un infermiere mentre Chouzinho filmava e Lazaradis faceva foto. Si rese conto che c’era qualcosa che non andava e diede l’allarme. Noi scappammo dalla porta sul retro e corremmo fino al Cessna che ci aspettava sul campetto. Quando Fitzgerald ci vide arrivare correndo, mise in moto e fuggimmo.

Quanto tempo rimase in tutto a Valle Grande?

Non più di quattro ore. Forse meno. Ho scritto il pezzo sull’aereo mentre tornavamo a Buenos Aires. Avevo l’esclusiva sull’omicidio del Che. Il giornale fece uscire un’edizione straordinaria. Il presidente boliviano, il General Barrientos, convocò una conferenza stampa per smentirci e confermare la morte in combattimento. Disse che eravamo giornalisti pagati dalla guerriglia. 72 ore dopo, i filmati di Chouzinho stavano circolando sulle TV americane e non era più possibile negare.

C’è una foto di Che Guevara in manette mentre lo portano dal Yuro a La Higuera. Chi la scattò? Quando comparve?

Credo uno dei fotografi dell’Esercito boliviano. La foto comparve in seguito, come parte di quella che potremmo chiamare l’industria del Che. Quando noi arrivammo a Valle Grande, il fotografo dei matrimoni della città stava già vendendo le famose foto del cadavere con gli occhi aperti, esposto a La Higuera.

Prima della morte del Che, il suo mito esisteva già?

No, fu una cosa successiva. La bandiera di lotta nacque con la sua morte.

Quando la inviarono in Bolivia, lei ammirava Che Guevara?

Si, per me era un esempio di lotta latinoamericana. Fu il primo a riprendere il concetto di un’America Latina unita.

Perché crede che l’abbiano ucciso?

Ho una teoria personale. Pochi giorni prima della sua caduta, furono processati in Bolivia Ciro Bustos, il pittore argentino e contatto in Europa dei guerriglieri, e Regis Debrais, intellettuale francese e amico del Che (nonché autore di un manuale di guerriglia). Il tribunale si riempì di giornalisti e il governo boliviano subiva forti pressioni internazionali, perciò fece liberare entrambi. Quando fu catturato il Che chiese a Gary Prado se anche lui sarebbe stato messo a processo. Il comandante gli disse di sì, perché era convinto che quella fosse la decisione dei suoi superiori. Poi, la CIA e i boliviani si resero conto che il giudizio si sarebbe trasformato in uno spazio di propaganda della Rivoluzione Cubana e delle idee guevariste. Per lo stesso motivo, fecero sparire il cadavere.

Perché crede che la guerriglia del Che abbia avuto tante difficoltà in Bolivia?

Il Che era stato messo in guardia su questa possibilità. Prima di accendere il focolaio ribelle lui Fidel Castro ne parlarono con Monje, il segretario del PC Boliviano e questi disse che la zona scelta era sbagliata. Che non c’era sufficiente sviluppo politico affinché i valori della rivoluzione potessero essere accolti. La zona giusta, secondo lui, era quella delle miniere, dove però il PC non aveva quadri, era territorio del MNR, il Movimento Nazionalista Rivoluzionario. Ma il Che era un tipo ostinato e partì comunque. Si scontrò con il rifiuto del contado.

Alcuni dei suoi compagni di lotta si sentirono abbandonati anche da Fidel Castro.

Questi discorsi fanno parte della novellistica anti-cubana e anti-castrista, non sono reali. Il Che e gli altri stavano cercando di uscire della Bolivia con l’aiuto di Cuba. Comba, il suo luogotenente fuggi grazie a Fidel.

Ma Benigno si sentì offeso quando Ernesto gli chiese di morire per la Rivoluzione cubana nel Yuro. Credeva che li avessero traditi.

Questo è quello che pensava lui. Ma con la sua richiesta Ernesto dimostrò di essere convinto del contrario.

E lei come si sentì quando scoprì che l’avevano ucciso?

Triste ed arrabbiato. In uno degli articoli, scrissi: «E nonostante questo la terra non ha tremato, il cielo non si è oscurato. Nulla di quello che credevo sarebbe successo dopo la sua morte è accaduto». Ma mi sbagliavo, il suo fu un fallimento militare, ma un trionfo delle idee.

articolo pubblicato sul quotidiano Il Manifesto

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