mercoledì 20 set 2017

Gli ippopotami di Pablo Escobar minacciano l’ecosistema colombiano

Quando Don Pablo faceva il bello e il cattivo tempo sui mercati mondiali della coca, gli ippopotami che esponeva nella reggia Hacienda Napoles di Medellin erano solamente due. Poi, fu accerchiato e ucciso, l’impero crollo, i suoi beni saccheggiati, gli animali esotici del suo zoo cacciati, a volte mangiati, meno gli ippopotami, che si sono riprodotti e restano ancora nei paraggi, col rischio di causare uno squilibrio ambientale

Specie a rischio o rischio per le specie? In Colombia,  gli ippopotami di Pablo Escobar stanno facendo sfaceli (foto: la rete)

Specie a rischio o rischio per le specie? In Colombia, gli ippopotami di Pablo Escobar stanno facendo sfaceli (foto: la rete)

«Soldi o piombo» diceva il narcotrafficante colombiano Pablo Escobar a chi non voleva farsi da parte. Spietato ed egocentrico, alla sua morte ha lasciato uno stato distrutto, il terrore nelle strade, migliaia di vittime. E circa 60 ippopotami che, mentre nel loro habitat naturale in Africa aiutano la conservazione della flora e la fauna, in Colombia stanno danneggiando l’ecosistema.

È dal giorno in cui “Don Pablo” venne ucciso, nel 1993, che il paese cerca di liberarsi dal suo personaggio e ancora di più dalla sua esaltazione: le narco-telenovelas, le canzoni e la fama di Robin Hood tra i poveri, come molti capi narcos, lo hanno trasformato in una figura storica. E proprio quando i colombiani pensavano di essersi lasciati alle spalle lo zar della cocaina, ecco che quella coppia di teneri mammiferi africani comincia a riprodursi nei dintorni dell’Hacienda Napoles (la lussuosa mansione da 63 milioni di dollari di Escobar), dove era arrivata in una notte di novembre del 1983.

All’apice del suo potere, Escobar decise di assecondare la sua passione per gli animali esotici. Li fece trasportare con un aereo Hercules che il giornale colombiano El Tiempo definì “narco-Arca di Noè”: a bordo viaggiavano cigni, giraffe, gazzelle, zebre, canguri, leoni, tigri e una coppia di ippopotami. Le autorità intercettarono l’aereo in cerca di armi o droga e invece si ritrovarono a scortare gli animali fino allo zoo di Medellin (capitale della regione di Antioquia, nel nord della Colombia, dove si trova la mansione). Escobar, furioso, ordinò di corrompere il capo della sicurezza del giardino zoologico, gli pagò lo stipendio di cinque anni e quella stessa notte gli animali arrivarono all’Hacienda. Con il tempo, il suo zoo arrivò ad avere più di 2500 esemplari e un “Jurassi Park” con riproduzioni di dinosauri a grandezza naturale.

La rovina del padrone, però, trascinò con sé anche quella della proprietà. Alla morte di Don Pablo, l’Hacienda Napoles venne saccheggiata, gli animali furono rubati e, in alcuni casi, cucinati. Ma la coppia di ippopotami sopravvisse ed ebbe una nutrita discendenza. Solo nei dintorni della mansione, al momento ne vivono una trentina. Attualmente, il terreno è stato sequestrato dal Governo ed è stato trasformato in un parco safari pubblico. «Ci chiamano spesso per gli ippopotami di Pablo Escobar – racconta Oberdan Martínez Orozco, uno dei curatori dell’Hacienda Napoles – noi però stiamo facendo un sforzo enorme per staccarci dal nome di questo delinquente che ci ha lasciato una montagna di problemi».

Carlos Valderrama, veterinario dI Webconserva, una fondazione indipendente per la protezione dell’ecosistema, ha dichiarato che dal 2005 stanno cercando di trovare ai mammiferi «una nuova casa però nessuno li riceve. Sono animali aggressivi, la gestione e il mantenimento non sono facili e la loro alimentazione è molto costosa». L’aspetto dolce dell’ippopotamo non coincide infatti con la sua natura di uno degli animali più pericolosi al mondo, territoriale e responsabile di più morti in Africa che il bufalo o il leone. Un maschio può arrivare a pesare quasi quattro tonnellate, essere lungo cinque metri e correre alla velocità di 30km orari.

Gli ippopotami fuggiti dalla proprietà di Escobar sono i primi della loro specie a vivere nel continente americano in libertà. Dove hanno trovato un habitat confortevole a spese dei raccolti, dei contadini e dei pescatori: un ippopotamo mangia circa 50kg d’erba al giorno, senza contare che rompe barriere e uccide il bestiame. «Vengono cacciati dal branco dal maschio alfa e allora vanno in cerca delle femmine – afferma Antonio von Hildebrand, regista colombiano autore del documentario Pablo’s Hippo – solo che non stiamo in Africa e non le possono trovare. Inoltre non hanno problemi di cibo né di stress climatico o altri predatori che li minaccino. Si sono trasformati in una specie di mostro di Lochness dei Caraibi».

Nessuno li vuole perché non sono in via d’estinzione, il costo del trasferimento è alto e catturarli è difficile. Una soluzione, secondo gli esperti, potrebbe essere la sterilizzazione, che aiuterebbe almeno a contenere il problema ma comporterebbe un lavoro e dei costi notevoli. Addormentare con l’anestesia un animale di quattro tonnellate non è facile e c’è il 50% di possibilità che muoia di un collasso respiratorio a causa dell’anestesia oppure che scappi spaventato verso l’acqua e rischi di affogare sotto l’effetto del narcotico. L’ultima risorsa sarebbe la loro eliminazione. Qualche anno fa, un maschio e una femmina vennero cacciati dal branco e si diressero verso nord. Il Ministero dell’Ambiente autorizzò la caccia e un gruppo di soldati uccise il maschio, ribattezzato “Pepe” dagli abitanti della zona. La sua morte provocò le proteste di gruppi ecologisti e non solo.

L’opinione pubblica è temuta da coloro che si occupano della questione, basta ricordare lo scandalo mondiale che esplose dopo l’uccisione della giraffa Marius nello zoo di Copenaghen l’anno scorso. Le organizzazioni internazionali che sono state consultate (fondazione Disney, WWF, esperti sudafricani che andarono nel paese nel 2010) concordano sulla gravità del problema e suggeriscono proprio la soluzione dell’abbattimento degli animali. Nessuno però è disposto a prendere questa decisione «vogliamo prima esaurire tutte le altre possibilità» conclude Valderrama. Il destino degli ippopotami di Escobar è quindi ancora incerto, anche perché il popolo colombiano non vuole essere di nuovo identificato con la sua natura spietata, che non lasciava possibilità di salvezza a chi si trovava sul suo cammino.

Una versione di questo articolo è stata pubblicata su Repubblica Sera

Lascia un tuo commento