Gabriel Garcia Marquez: la spia che venne dal caldo

Per due volte in momenti di crisi tra Stati Uniti e Cuba, l’intermediario è stato il Premio Nobel colombiano e autore di 100 anni di solitudine, Gabriel Garcia Marquez: Era amico di Fidel Castro e ammirato da Bill Clinton. Il primo negoziato fallì, ma andò meglio al secondo tentantivo

Gabo Garcia Marquez: la spia che venne dal caldo (foto: Vasco Szinetar)

Gabo Garcia Marquez: la spia che venne dal caldo (foto: Vasco Szinetar)

È vero, gli scrittori di solito le scrivono le storie di spionaggio, non ne sono mica i protagonisti. Ma la penna di Gabriel Garcia Marquez era attratta più che altro dai drammi popolari, dalle vicende quotidiane, anche se a loro modo prodigiose, e forse proprio per questo al premio Nobel colombiano morto solo pochi mesi fa, non restava che la realtà e il tempo libero che in quella poteva spendere, per vivere una spy story che si rispetti. Ora lo sappiamo per certo. Lo hanno dimostrato due prestigiosi storici americani che, dopo aver spulciato migliaia di documenti un tempo segreti, hanno annunciato anche che Gabo fu l’intermediario tra gli Stati Uniti e Cuba, almeno in due occasioni di crisi tra i due paesi.

Secondo Back Channel to Cuba, infatti, librone nuovo e firmato da William Le Grande e Peter Konrbluh, la prima di esse risale al 1994 e ai tempi di quella che passò alla storia come la Crisi dei Balseros. La rivoluzione, l’embargo economico su Cuba, le leggi contro l’emigrazione di L’Avana e quelle contro l’immigrazione di Washington spinsero, soprattutto in quell’anno, molti cubani a tentare la sorte di un futuro migliore a bordo di una zattera di fortuna. Le famigerate balsas potevano essere semplici botti da vino tagliate a metà e spinte a remi, o addirittura vecchi camion trasformati in battelli fatiscenti.

Il casus belli, fu la tragedia del rimorchiatore 13 de Marzo, una navetta del porto di L’Avana che alcuni aspiranti esuli dirottarono, restando senza carburante pochi minuti dopo la partenza e subendo l’attacco con cannoni d’acqua di alcune altre piccole imbarcazioni in servizio nella rada del porto: i Polargo, che, non si è mai capito se per ordine o per iniziativa, rifiutarono i soccorsi ai profughi. Mentre il 13 de Marzo affondava con i sui passeggeri, congelandosi nello sfondo delle foto che i turisti si scattavano sul Malecon di l’Avana, nel mondo si spargeva l’indignazione per l’accaduto e Fidel Castro diede ordine ai suoi doganieri di sospendere i controlli alle frontiere.

In quei pochi giorni successivi, si calcola che forse 50 mila cubani intrapresero l’esodo verso la Florida. Da L’Avana, partì allora anche un colombiano, con un volo diretto verso Washington. A consigliare la collaborazione di Gabriel Garcia Marquez, sembra sia stato l’allora presidente messicano Carlos Salinas de Gortari, che prestò anche il suo jet privato. Gabo era amico di Fidel dai tempi in cui era stato cronista dell’agenzia filo-governativa Prensa Latina e da quando era andato a ritirare il Nobel in Svezia era abbastanza uomo di mondo da essere riconosciuto come terza parte benintenzionata al dialogo, anche dagli americani.

L’incontro con Bill Clinton avvenne in un ambiente informale: a casa di amici comuni, alcuni intellettuali con idee di sinistra e residenza in Occidente, si presentarono in orario e con un vino sottobraccio, prima Gabo Marquez e poi Bill Clinton, col suo sotto segretario per gli Affari dell’America Latina, Luers. Stando alle testimonianze raccolte in Back Channel, Gabriel Garcia Marquez tentò per prima l’arma della seduzione, raccontando a Clinton che Fidel aveva grande stima di lui come democratico. Gli chiese di fare uno sforzo per capire oltre alle ragioni, anche la mentalità del comandante, che era di per sé, un tipo difficile, anche se tutto sommato capace di grandi gesti di disgelo verso gli Stati Uniti. Clinton però queste frasi le aveva già sentite e quando sentì puzza di corteggiamento, si irrigidì, chiudendosi in una serie di monosillabi che fecero presagire il peggio agli altri commensali.

Dato che non erano ancora stati serviti i primi, nessuno abbandonò il tavolo e il ghiaccio tornò a rompersi, quando arrivò l’arte. Gabo chiese a Bill chi fossero i suoi autori preferiti e questi, per non rischiare di fare arrabbiare l’ospite, nè di blandirlo citando il suo nome, puntò su un classico e disse: «William Faulkner». Faulkner tutto sommato piaceva anche a Gabriel Garcia Marquez e il negoziato potè continuare. La trattativa diplomatica vera e propria, proseguì dopo, in una stanza privata in cui stavano solo i due protagonisti di questa storia, ma c’è da credere che non andò a buon fine. Se lo facciamo, è perché pochi giorni dopo, Clinton ordinò alla marina di intercettare tutti i cubani che stavano navigando verso le coste americane e di portarli alla base di Guantanamo per schedarli.

Ne furono fermati più di 32 mila e altrettanti poi furono ammessi negli Stati Uniti. Da allora, però, vige il famoso sorteggio dei 20 mila visti tra i cubani richiedenti asilo che Washington concede in via del tutto eccezionale, una volta l’anno. A quanto pare, tuttavia, il fallimento del negoziato non fu considerato una colpa dello scrittore: si sa, che l’ambasciator non porta pena e quando quattro anni dopo i servizi segreti misero sul tavolo di Fidel un dossier che paventava una seria minaccia terrorista per Cuba, con le sue spiagge, i suoi alberghi e in generale tutte le installazioni turistiche come obiettivi principali, il comandante tornò a ricorrere a Gabo.

La seconda volta che Gabo arrivò a Washington nei panni di un agente segreto, in quel ormai lontano 1998, iniziò con più difficoltà della precedente, ma si concluse meglio. Clinton non era nella capitale e Garcia Marquez ne approfittò per chiudersi in albergo e lavorare alle sue memorie: Vivere per raccontarlo. Quando, dopo tre giorni, tornò a stringere la mano del presidente, però, fu molto convincente: chiese esplicitamente aiuto al suo apparato di sicurezza ed offrì uguale collaborazione da parte di quello cubano. Così, l’Fbi, la Cia e l’Nsa ricevettero l’ordine di cooperare apertamente con gli uffici analoghi dell’isola e nessun attentato terrorista accadde mai in quegli anni a Cuba.

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