Frontiera di sangue tra Usa e Messico, la polizia spara su ragazzo di 14 anni

DELITTI COLLEGATI. I narcos fanno fuggire le persone verso gli Stati vicini. Ma la situazione è ormai esasperata. Da entrambi i lati del muro.

Due morti in meno di una settimana. Se si parlasse di lotta tra i cartelli della droga, sarebbe quasi una buona notizia dato il numero di vittime quotidiane a cui è tristemente abituato il Messico. Ma questa volta non sono stati i narcotrafficanti a premere il gril- letto, almeno non fisicamente.
Il ministero degli Esteri messicano nei giorni scorsi aveva già espresso indignazione per i fatti che hanno causato la morte di Anastasio Hernandez Rojas, morto dopo tre giorni di coma. Secondo la testimonianza del fratello, l’uomo, 42 anni, sarebbe stato massacrato di botte da una dozzina di agenti di frontiera statunitensi, dopo un controllo che aveva rivelato come Rojas fosse senza documenti. Quindi un clandestino.
La nuova legge anti-immigrazione firmata ad aprile scorso dal governatore dell’Arizona Jan Brewer, definita «inumana» da parte di molti politici e che ha portato vari Stati a intraprendere un boicottaggio commerciale verso il paese del Grand
Canyon, prevede che la polizia possa controllare chiunque abbia, a discrezione degli agenti, un «atteggiamento sospetto». La normativa è il risultato di un momento di particolare tensione tra i due paesi, con i vicini americani che non hanno alcuna inten- zione di vedere le loro strade trasformarsi in un campo di battaglia come è successo, e continua ad accadere, in moltissime città messicane ormai teatro di una guerra sanguinaria che ha causato più di 22mila morti negli ultimi 3 anni. E non è facile sorvegliare la frontiera in una terra di confine perennemente attaccata da più fronti.
Ma quando un agente ha aperto il fuoco contro dei ragazzini messicani, che secondo la polizia lanciavano pietre contro le forze dell’ordine, uccidendo Sergio Andrés Hernández, 14 anni, l’incidente diplomatico si è affacciato sul confine. Soprattutto perchè il ragazzo, al momento della sua morte, non era in territorio americano: il cadavere è stato trovato dall’altro lato della frontiera e, secondo l’autpsia, il colpo fatale è stato sparato a distanza ravvicinata. Quindi l’agente ha inseguito i ragazzi e ha sparato, ma su una terra che non era più la sua. E sulla quale, per la legge, non aveva alcuna giurisdizione.
«Chiediamo l’estradizione degli agenti di polizia per poterli processare qui» tuonano all’unisono i gruppi politici del Parlamento messicano. Alcune immagini dello scontro, che hanno già fatto il giro del mondo, sono visibili sul sito del quotidiano El Universal e naturalmente stanno animando, se mai ce ne fosse stato bisogno, il feroce dibattito sull’immigrazione partito appunto ad aprile scorso con la firma della legge in Arizona. Legge che lo stesso Barack Obama ha censurato impegnandosi, nel rispetto della potestà legislativa dello Stato, a varare una normativa unica a livello federale. Cosa che a sua volta si intreccia con il tema della sicurezza della frontiera, argomento su cui i due capi di Stato, nell’ultimo incontro istituzionale avvenuto a maggio, hanno promesso nuovi investimenti. Così come nuovi fondi sono stati promessi per continuare la lotta al narcotraffico, in particolare dopo l’annuncio da parte del ministro della Giustizia americano Eric Holder di un’operazione delle forze dell’ordine di entrambe le nazioni che ha portato all’arresto, in due anni, di più di 2mila persone di cui 400 prese proprio mercoledì scorso.
L’iniziativa, chiamata «Project Deliverance» – letteralmente «progetto liberazione» – ha portato al sequestro di centinaia di milioni di dollari e qualche tonnellata di droghe assortite tra cocaina, metanfetamine e marijuana. E ha svelato, o forse solo confermato, che la produzione di eroina è raddoppiata dal 2008. Ma soprattutto che i signori della droga sono attivi in ogni stato degli Usa. «Abbiamo vinto solo una battaglia» ha infatti ammonito Holder. Il problema però è che alcuni non hanno intenzione di aspettare l’operato della polizia. Con più di mezzo milione di immigrati, l’Arizona è uno degli stati con il più alto tasso di ispanici di tutta l’America del Nord. E a una situazione precaria, magari appena tollerata, si è aggiunta la paura. Ronde di cittadini vigilano sulla frontiera nel tentativo di aiutare le pattuglie. Che a loro volta controllano sia il confine che i volontari. Ma secondo alcuni dati del ministero degli Esteri messicano il numero delle vittime, uccise o ferite, dalle autorità di controllo dell’immigrazione è passato dai cinque del 2008 ai 12 del 2009 fino arrivare ai 17 del 2010. O meglio, dei primi sei mesi del 2010. Durante i quali il presidente Felipe Calderon ha continuato a chiedere aiuto agli Usa per la guerra ai narcos, ha ritirato l’esercito – rivelatosi quasi inutile se non addirittura più dannoso – ha investito nella formazione dei corpi di polizia.
Anche i Cartelli della droga però hanno fatto i loro conti. Nuovi narcotunnel, nuovi adepti e nuove alleanze. Hanno trasformato città un tempo note per essere quelle che più attiravano la migrazione interna, in luoghi quasi abbandonati. Alcuni sono tornati nelle loro città d’origine, con un biglietto di rientro pagato dalle locali amministrazioni. Altri hanno provato a passare la frontiera.

Giulia De Luca

(tratto da il Riformista)

Riformista 12 Giugno 2010

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