Colombia, Medellin: dall’incubo narco al sogno dello sviluppo

Città in fermento, perla turistica e centro degli affari, la città che debbe la sua fama e il suo martirio al narcotrafficante Pablo Escobar, oggi è irriconoscibile. La rivoluzione di 20 anni, raccontata dal sindaco che visse in prima linea la guerra con il crimine organizzato

Pace: veduta del castello di Medellin, nell'anno 1975 (foto: Julián Flórez Isaza)

Pace: veduta del castello di Medellin, nell'anno 1975 (foto: Julián Flórez Isaza)

Quasi vent’anni fa – era un caldo dicembre del 1993 – moriva il più famoso narcotrafficante del mondo, Pablo Escobar. Moriva fuggitivo, leggenda, sui tetti della sua città, Medellín, allora considerata la più pericolosa del mondo, la capitale della droga. Oggi, quando chiedo al giovane Julian — 25 anni e un lavoro come consulente per la cooperazione internazionale al municipio di Medellin — come si chiama il nuovo capo del cartello della città, non sa rispondermi. Alza le spalle, dubbioso. «Penso non ci sia più una banda grande come una volta. Sono tante e piccole, ora. Ce n’era una chiamata Los Urabeños però hanno appena arrestato i due capi. Di più non so».

Le cose sono cambiate. Come recita un noto spot turistico colombiano, a Medellín l’unico rischio è quello di voler restare per sempre. Immersi tra le sue verdi montagne, in un’eterna primavera tenacemente ritrovata. Oggi del sangue di Pablo Escobar sui tetti di Medellin rimane solo un celebre dipinto di Botero, esposto all’omonimo museo cittadino. E, ovviamente, l’ennesima, popolarissima serie televisiva. Nessun museo, nessun tour turistico, nessun monumento – e ci mancherebbe altro. Solo i racconti della gente, tra incanto e disincanto.

Abbiamo chiesto a Omar Flórez Vélez, l’ultimo sindaco di Medellin dell’era Escobar (1990-1992, quando ancora gli alcaldes della città rimanevano in carica solo per un paio d’anni, e scorta e attentati facevano tutti parte del pacchetto), come il fiore-Medellin, quello che il narcotraffico aveva rischiato di danneggiare per sempre, sia riuscito a rinascere dalle sue stesse ceneri.

«Lo scenario era estremamente incerto, la popolazione era terrorizzata dall’azione delle autobomba come quelle che oggi si vedono in Siria o Afghanistan. In quel momento, era la città più pericolosa del mondo. I media diffondevano quest’immagine a livello internazionale e il cartello aveva un atteggiamento di sfida costante verso le istituzioni», racconta l’ex sindaco, eletto negli anni successivi senatore della Repubblica e parlamentare.

«Il problema non era Pablo. Morto lui, appaiono altri Escobar, nonostante tutta la politica repressiva del mondo. Nella polizia è stato messo in atto un meccanismo importante di pagamento e ricompensa, nonchè di epurazione della forza pubblica corrotta. Parallelamente, sono stati avviati programmi di tipo sociale, nell’idea che i problemi sociali richiedono risposte sociali, non di polizia», prosegue Flórez Vélez, seduto al tavolo della sua villetta del Poblado una calda notte d’estate – che poi non vuol dire nulla, visto che a Medellin è estate tutto l’anno.

«Fame e disoccupazione erano facilmente capitalizzati dal narcotraffico. Il sogno di un nuovo stile di vita, macchine nuove, un nuovo rumbo. Abbiamo quindi dato il via al Pian de Acción Social (PAS) per migliorare le strutture educative e l’accesso dei giovani all’istruzione, al lavoro e alla sanità. Azioni a largo plazo, insomma, soprattutto a livello culturale. Il giovane doveva sentirsi trattato bene dallo Stato, di modo che non fosse facilmente attratto dall’organizzazione di Pablo. Lo Stato amico. Una relazione padre-figlio: lo stato deve giocare questo ruolo paterno, perché i giovani sono la materia prima del terrorismo, quelli che hanno l’audacia per azioni intrepide.”

Medellin-boom come tutto il resto del paese

Il piano di sicurezza e sviluppo socio-culturale messo in atto negli ultimi vent’anni ha funzionato: 42 sono stati i miliardi di pesos spesi per mantenere prioritario l’appoggio logistico agli organismi di sicurezza e giustizia, soprattutto nella Comuna 8 Villahermosa, nella 13, San Javier, in Altavista y San Antonio de Prado. Nonostante la crisi mondiale spinga verso una direzione opposta, sono perfino calati i disoccupati: da quel 20% del 2000 (20%) al più modesto 11,8% del settembre 2011 (Fonte: El Tiempo 21-07, Veeduría Ciudadana al plan de desarrollo con informacion del Dane, MESEP). Cala anche la povertà, dal 34,5% nel 2003 al 22% nel 2010.

Se nel 2003 Medellin era la 38esima città più competitiva del Sud America, nel 2010 aveva già scalato la 15esima posizione. Oggi è la città preferita dagli affaristi in Colombia secondo l’indice Global de Competitividad (Observatorio Economico del Caribe), davanti alla capitale-rivale Bogotà. Il 56,4% degli abitanti di Medellín crede che la città abbia fatto passi avanti negli ultimi 5 anni, e addirittura il 70% della gente crede che continuerà a migliorare nei prossimi quattro, a fronte di un misero 4,3% di scettici (sondaggio sulla percezione cittadina di Medellin elaborato dal Centro de Opinión Pública di dell’Universidad de Medellín).

Alla faccia della crisi europea. Alla faccia sua

«Sono migliorate le condizioni di vita per tutti: è migliorato il tasso di povertà, l’indice di sviluppo umano e di qualità della vita, però quello che ancora non si trasforma è il livello di disuguaglianza sociale» dice Soledad Betancur, investigatrice dell’Instituto Popular de Capacitación (IPC). Il coefficiente di disegualidad en ingresos (coefficiente de Gini) è infatti passato dallo 0,547 nel 2002 allo 0,507 nel 2011. «Oggi Medellin ha una qualità di vita molto buona. E’ l’unica città colombiana dotata di metro e metrocables, per i paesi nell’alta montagna. L’attrattiva del clima e della qualità della vita e della gente è fantastica. Ci sono tutte le razze, dalla bianca alla nera, c’è mare, la selva e le montagne – conclude l’ex-sindaco Omar Flórez Vélez – il ritmo è cambiato, in quell’epoca la società viveva nella paura. Oggi è più sciolta, e non vige più la minaccia permanente».

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