<b>COL CUORE IN VOLTO:</b> la passione argentina per i Mondiali di calcio FOTO

Quattro anni d’attesa, sette partite spietate e una città ferma in religiosa contemplazione. Col cuore in volto è una storia fotografica sul modo viscerale in cui Buenos Aires ha vissuto e perso una magnifica opportunità, chiamata Coppa del Mondo di calcio. Una storia sullo strano effetto che fa il calcio sulle vite di chi lo crede un culto dell’esistenza

Buenos Aires – Tra il 15 giugno e il 13 luglio 2014, l’Argentina ha partecipato per la sedicesima volta nella sua storia ai Mondiali di Calcio. La squadra ha vinto tutte le partite del torneo, meno l’ultima, una tesa finale contro la Germania, che ha visto gli europei superare gli avversari con un bellissimo gol di Mario Goetze. Nonostante tutto, erano 24 anni che il paese non arrivava così in alto in una Coppa del Mondo e molti hanno considerato il suo disimpegno nella competizione, come una cavalcata eroica: ogni volta che Leo Messi e i suoi compagni sono scesi sui campi brasiliani, Buenos Aires si è fermata in quell’accorato rito della solidarietà, che gli uomini chiamano tifo. Un rito che in spagnolo si indica con la parola “alentar”, cioè spingere con il fiato e i polmoni. In questa pratica, gli argentini si sono imbarcati in sacrifici fuori del comune e, quando non potevano abbandonare i loro posti di lavoro o gli altri impegni, li hanno frequentati vestendo i colori della nazionale, oppure, trasformandoli in salotti per vedere la partita.

   All’ombra del calcio, si sono arrabbiati, commossi, impoveriti ed esaltati. Ma in quella stessa ombra, si sono anche unite le appartenenze sociali più diverse, di una nazione ancora in parte misera e soprattutto divisa da ragioni politiche, sportive ed economiche, quotidianamente inconciliabili. Inoltre, man mano che la squadra progrediva nel suo ramo di tabellone, l’effetto Mondiali si faceva più visibile anche a livello statistico: aumentava il consumo nei negozi, calavano i furti nelle case e quello Stato che tuttora paga le conseguenze della crisi del 2001, approfittava del fatto che durante le partite nessuno comprasse gli altrimenti ambitissimi dollari (l’unico rifugio di risparmio per la gente comune) e ne acquistava grosse quantità a prezzo di favore, rinforzando le riserve della Banca Centrale e proteggendosi un po’ da quel rischio default, che ancora campeggia sull’economia.

   Sono state origini opposte e solitamente causa di scontri, quelle che hanno convissuto nelle sette partite della Coppa del Mondo. Ma, dividendo gli stessi prati infangati dall’inverno umido di queste parti, facendo spazio sulle panche dei vecchi bar arredati in legno cent’anni fa e mai più rinnovati; lasciando le stazioni dei treni coi convogli abbandonati un minuto prima del calcio d’inizio, o sfrecciando per i viali deserti della città, dove la partita aleggiava nella voce isterica di un radiocronista, gli argentini hanno dato vita a un fenomeno quasi soprannaturale. «Ho il cuore in gola», ha detto un senzatetto mentre guardava i quarti contro il Belgio, attraverso una vetrina. Si vedeva così bene, che si sarebbe detto che lui e i suoi connazionali il cuore l’avessero in volto, così come se l’era dipinto su una guancia una bambina, per la partita contro l’Algeria.

   Poi, un minuto dopo la conclusione della finale, a Buenos Aires c’è stato un intensissimo attimo di silenzio ed è iniziata una festa disperata di alcol, abbracci e sprangate, messa in scena dalla stessa Argentina che conoscevamo fino al minuto immediatamente precedente il fischio d’inizio del primo match contro la Bosnia. Il gioco della patria che va a una guerra innocua si era rotto, e rotto resterà almeno per altri quattro anni. Anni che saranno dati alla ripetizione dei ricordi, di quel bel tempo andato in cui si giocava.

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