Cile: torna il conflitto con gli indios del sud, tornano il fuoco e la morte

Il tentativo di occupare un terreno agricolo dell’Araucania è finito in tragedia: un mapuche di 32 anni è morto schiacciato dal contadino che difendeva la sua proprietà. Il fatto ha riacceso la violenza tra autonomisti, coloni e autorità. Nell’ultima setimana si è già sparato e appiccato incendi in altre due occasioni

Illuminati a giorno: l'incendio nella residenza dei Luchsinger-Mackay (foto: El Periodico / Agencia Uno)

Illuminati a giorno: l’incendio nella residenza dei Luchsinger-Mackay (foto: El Periodico / Agencia Uno)

«Non si vivevano giorni così violenti dai tempi dell’uccisione di Luchsinger», ha detto un proprietario terriero, ricordando quella volta che gli indios incendiarono una fattoria e il latifondista che da dentro si difendeva a fucilate, Luchsinger-Mackay, ci morì bruciato. A questo livello e ormai anche oltre siamo arrivati nell’ultima settimana in Araucania, la regione prevalentemente agricola e indigena del centro sud-cileno, dove gli autoctoni, storicamente insofferenti all’autorità di Santiago, sono tornati a farsi vivi cercando di occupare un terreno: negli scontri che ne sono nati, uno di loro e morto, poi, il governo ha inviato decine di carabinieri, blindati di polizia, carri idranti anti-sommossa e il risultato è stato nuove fucilate, nuovi feriti e nuovi incendi.

«Il conflitto non è dato da aspetti politici o etnici, è solo una questione criminale», ha fatto sapere allusivamente il sottosegretario all’Interno, Mahmud Aleuy, intendendo dire che il governo non è disposto a tollerare nuovi attacchi contro la proprietà privata e soprattutto contro i suoi Carabineros, in nome di una causa di bandiera. Eppure, la prima mossa del gabinetto Bachelet, insediatosi meno di un anno fa, era stata proprio quella tendere una mano all’Araucania e ai suoi mapuche, designando come governatore Francisco Huenchumilla, un moderato nelle cui vene scorre anche sangue indiano, e togliendo dalla testa degli attivisti processati per i precedenti attentati la spada di Damocle della legge anti-terrorismo varata da Pinochet, una norma particolarmente draconiana.

Le frange più estreme del movimento per l’indipendenza della nazione mapuche, tuttavia, non hanno trovato né l’uno né l’altro quali gesti lontanamente sufficienti alla firma di un armistizio, anzi, li hanno considerati un inaccettabile mercimonio della loro identità che, sostengono da anni, viene costantemente maltrattata, umiliata e segregata dagli agricoltori discendenti dai coloni europei e dallo stato cileno. Per questo, venerdì 3 ottobre, un gruppo di quelli che stampa locale chiama spesso “incappucciati”, ha fatto irruzione nel podere di Ñilpe, tentando di occuparlo. La reazione del proprietario, però, è stata dura e uno dei mapuche, il 32enne José Quintriqueo, è morto schiacciato dal suo trattore.

Il fatto ha acceso una reazione a catena in due direzioni e ritorno: da un lato, la notizia è arrivata a Santiago e La Moneda ha inviato subito un corposo contingente di polizia nella regione, mentre, dall’altro, i gruppi autonomisti indigeni si sono prima scagliati sul alcuni macchinari parcheggiati, incendiando due camion e uno scavatore e poi, mentre era in corso un blocco stradale di protesta, sulla strategica statale 5, hanno attaccato un posto di blocco dei carabineros con alcuni fucili da caccia e nell’agguato, un agente è stato colpito al volto e ha perso la vista. 

Ora, nuove forze sono già stata mandate nell’Araucania, e mentre altre sono in viaggio verso sud, il governo ha fatto sapere che d’ora in avanti non ci sarà più considerazione per chi mette in dubbio la sua autorità. Asceso al potere con un programma di grandi riforme ed inclusione sociale, Michelle Bachelet, sta riuscendo bene in questo proposito, ma viene messa in difficoltà da piccoli ed efficaci gruppi di contestatori: nella capitale, ci sono gli anarchici bombaroli, in Araucania, i mapuche. Le difficoltà implicite in queste sfide non sono poche, soprattutto per un governo di sinistra, sensibile per esempio alle critiche sulla repressione.

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