Cile, quel giorno che i bambini risero degli sbirri e fermarono la rivoluzione

Un pomeriggio di quarant’anni fa, si incontrarono nel sobborgo San Miguel di Santiago il nazista Miguel Krassnoff e il comunista Miguel Enriquez. Appena si videro, si spararono selvaggiamente e cambiarono la storia del Cile, ma non si sarebbero mai trovati senza l’aiuto di un gruppo di scugnizzi con le idee chiare in fatto di uomini

Lo zampino della beata gioventù (foto: la rete)

Lo zampino della beata gioventù (foto: la rete)

Quando il 5 ottobre di quarant’anni fa, il tenente Miguel Krassnoff scese dalla Fiat 125-s, che aveva appena fatto fermare sulla avenida Santa Fe di Santiago del Cile, era solo un ragazzo che aveva trovato nella polizia politica di Agusto Pinochet (Dina) la possibilità di sfogare le idee naziste che si portava dietro dal Tirolo in cui era nato ventotto anni prima. I baffetti da sparviero di cavalleria, la pettinatura con la riga di sghimbescio, proprio come Adolf Hitler, e i Ray-Ban a goccia, con le lenti fotocromatiche che non toglieva mai, lo aiutavano a nascondere il fastidio per l’umido insopportabile che la primavera stava portando sulla capitale.

C’era un gruppo di bambini che stava spendendo quel pomeriggio del Settantaquattro tirando calci a un pallone ed ogni volta che l’«unità di pattugliamento in incognito» ripassava per di lì, battendo il perimetro della zona in cui le era stato ordinato di identificare «depositi d’armamento, esplosivi o covi di terroristi», scoppiava fragorosamente a ridere e indicava gli agenti in borghese col dito. Così, appena arrivò a tiro di voce, Krassnoff disse: «Voi! Che cazzo avete da ridere?», ma i bambini della zona sud di Santiago, dove i barrios incominciano a chiamarsi poblacion e le colate di cemento induriscono i volti indigeni degli abitanti, non sono poi così facili da spaventare.

Così, invece, di smettere di ridere e magari mettersi a frignare, il più ciarlatano del gruppo disse al giovane nazista, che non era riuscito a sembrare una persona normale neanche sotto ordine dei suoi superiori: «Lo sappiamo che cosa siete venuti a fare qui a San Miguel». «E che cosa saremmo venuti a fare?», lo sfidò l’altro tutto impettito. «Siete venuti a prendere l’handycappato e quelli che scrivono a macchina per tutta la notte». Nella loro innocenza, i bambini avevano creduto che quell’uomo strano, estraneo alle genti del quartiere come lo era d’altra parte anche Krassnoff, ma a sua volta strano in modo diverso, dovesse essere per forza un invalido, perché i suoi amici non lo facevano camminare mai.

Portavano l’automobile fin sulla soglia di casa. Fatta eccezione per questo dettaglio, però, i ragazzi erano stati tutt’altro che ingenui. Anzi, erano stati addirittura scaltri, dato che avevano riconosciuto subito Krassnoff e i suoi sgherri, avevano capito le loro intenzioni e avevano indicato addirittura la porta che cercavano, certo, senza avere idea del fatto che nascondesse la base operativa del nemico pubblico numero uno e il nemico stesso, nelle spoglie di quello che credevano un paralitico.

Il partito della sinistra rivoluzionaria Mir, sotto l’influenza del proprio leader, Miguel Enriquez, non aveva condiviso la scelta fatta da molti altri compagni, che in seguito al golpe dell’11 settembre 1973 avevano visto nell’esilio l’unica soluzione per la sopravvivenza della lotta politica. Per loro, la soluzione stava proprio nel gesto contrario: restare sul posto e difendere la patria con le armi in pugno. E fu proprio lo scrocchiare di quelle stesse armi, che imbracciavano ormai da più di un anno e che ora si caricavano contro i due sbirri che avanzavano circospetti da dietro i vetri della casa dell’avenida Santa Fe, che furono uditi dal sergente Lawrence.

Krassnoff si fidava di Lawrence, per questo l’aveva voluto con sé di pattuglia. Lawrence, d’altronde, aveva una specie di idolatria per Krassnoff e quando Miguel Enriquez del Mir iniziò a scaricare il suo Ak 47 su di loro, il sergente considerò un vero privilegio il fatto di potersi tuffare sul tenente. Toccarlo, sentire il fresco della sua colonia da barba da vicino, e buttarlo a terra salvandogli la vita. Ormai al coperto, Krassnoff urlò a Lawrence di togliergli le mani di dosso e di tornare di corsa alla Fiat 125-s, per telefonare al Manuel il Momo Contreras, nientemeno che il capo della Dina, per avvertirlo che la ricerca aveva dato esito positivo.

A quel punto, il giovane tirolese prese la sua pistola d’ordinanza e iniziò a rispondere al fuoco. Secondo quanto ha raccontato un paio di settimane fa al giudice che sta valutando la possibilità di aggiungere qualche mese di condanna ai 140 anni di carcere che deve già scontare per omicidi, sequestri e torture commessi durante il regime, si trovò solo ad affrontare sette nemici. Poi Lawrence tornò. «Tenente, non c’è un telefono nel raggio di chilometri», avrebbe detto il ragazzo al suo superiore, proprio mentre questi gli rendeva il favore di poco prima, gettandolo di lato e facendogli scansare il colpo di bazooka che i comunisti gli avevano sparato dal tetto dell’abitazione.

Senza la possibilità di chiedere rinforzi, non restava che sparare e questo fecero i due. Spararono. Spararono a tal punto, che da soli sgominarono l’intero comitato operativo del Mir e la volante con altri quattro uomini arrivò solo quando ormai i grilletti s’erano acquietati. Quando fecero irruzione nell’appartamento, trovarono il comandante Miguel Enriquez morto, coi suoi baffi folti e gli occhi sbarrati. Accanto a lui, giaceva riversa in una pozza di sangue una donna incinta. Era Carmen Castillo, la sua compagna. Al che, Krassnoff ordinò che la portassero d’urgenza in ospedale, facendo finta di non sentire le grida dei suoi commilitoni, che dicevano: «Tenente, ammazziamo questa puttana, è una terrorista». 

Carmen perse il suo bambino, ma ebbe salva la vita. Fu torturata a lungo e le sue testimonianze, insieme a quelle di altri, confermarono che Krassnoff ricorda quel 5 ottobre in modo lievemente distorto da come andarono le cose veramente. Lui veste i panni di un eroe, che invece non fu mai. D’altra parte, sembra invece che sia proprio vero che a svelare il nascondiglio dei capi del Mir, sia stato un gruppo di scugnizzi svegli della Santiago Sud. Venti minuti dopo la loro delazione, quando già le televisioni di tutto il Cile davano la notizia della morte di Enriquez, un famoso cantante cubano, Pablo Milanes, sentiva l’ispirazione e si metteva a scrivere una canzone che avrebbe dedicato al segretario del Mir. Chissà se uno di qui bambini l’ha mai ascoltata.

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