Chicha, la nonna dai 500 nipoti

Ieri è morta a Buenos Aires Nélida Gómez, una delle fondatrici delle Abuelas de Plaza de Mayo. A distanza di 35 anni dalla terribile dittatura argentina, questa associazione di donne forti continua instancabile a cercare i nipoti che i militari strapparono ai loro figli. Per capire il senso della loro lotta, abbiamo intervistato Chicha Mariani, che cerca sua nipote dall’76 e da allora fu al fianco di Nelida. Che pianse abbracciata a Sandro Pertini e fu cacciata dal console italiano a cui chiese aiuto

Chicha Mariani, la nonna dai 500 nipoti. (foto: Filippo Fiorini / Pangea News)

Chicha Mariani, la nonna dai 500 nipoti. (foto: Filippo Fiorini / Pangea News)

La Plata – «Pertini pianse con noi il giorno in cui andammo a raccontargli la nostra storia», ricorda María Isabel Chorobik de Mariani, detta Chicha, fondatrice delle Abuelas de Plaza de Mayo, le donne che da 33 anni cercano i nipoti rubatigli dai gerarchi della dittatura militare argentina, tra il 1976 e il 1983. «Andammo con la presidente delle Madres de Plaza de Mayo, Hebe de Bonafini», continua. «Dormimmo in un appartamento vuoto a Roma, per terra, usando le pagine gialle come cuscino. L’intervista col presidente italiano ci fece veramente bene, in un momento in cui eravamo distrutte dalla disperazione». Ottantacinquenne, quasi cieca, con pochissime informazioni in merito al destino dell’adorata nipote Clara Anahì, Chicha lotta ancora, come ieri, così come ha fatto fino a ieri Nelida Gomez.

    Le due donne si conobbero in quegli anni, madri e nonne di Plaza de Mayo muovevano i primi passi nella ricerca di figli e nipoti sequestrati dalla dittatura. Chicha perse sua nuora, Diana Teruggi, nel 1976, durante un attacco militare alla casa in cui viveva nella cittá di La Plata. Durante l’operazione, fu sottratta Clara Anahí Mariani, la nipote ancora in fasce. Suo figlio Daniel, che si salvó per miracolo dall’attacco, fu assassinato un mese dopo. «Una delle prime cose che ho fatto quando si son portati via mia nipote é stata cercare aiuto in Italia. Mio marito lavorava lí, nel conservatorio di Matera». Enrique Mariani fu in quegli anni direttore dell’Orchestra Sinfonica dell’Opera di Roma. «I militari avevano inventato diverse storie sull’accaduto. Dicevano che mio figlio era vivo, che era in Spagna con Clara Anahí, che stavo mentendo. Dopo 35 anni ancora non mi spiego come ho potuto sopportare tanti ostacoli. Ho perso due anni cercando di ribattere quelle menzogne. Mia nipote era lí e se la son portata via viva».

    Perfino il console italiano si trasformó in un avversario al servizio della spietata dittatura. «Ero convinta che sarei potuta scappare dall’Argentina una volta recuperata mia nipote. Cosí andai a spiegare la situazione al console De Vita, che promise di darmi una mano». Poi però qualcosa cambiò. «Parló col capo della polizia della provincia, Ramón Camps, e quando ci trovammo di nuovo mi disse che ero una bugiarda, che non m’avrebbe aiutato».

    Solo oggi Chicha é riuscita a cancellare quelle calunnie. Durante uno dei processi che si stanno realizzando contro i crimini commessi dalla dittatura, un mese fa un ex calciatore che faceva il servizio militare in quegli anni ha dichiarato che Clara Anahí é uscita viva da quella casa. «L’ho cercata negli Stati Uniti, in Honduras, in Canada. Sono stata in Vaticano in varie occasioni per chiedere al Papa, polacco di Cracovia come mio padre, che mi desse aiuto. Ma l’ho visto solo in piazza, in mezzo alla gente. Avevo uno striscione che diceva “Nonne di Piazza di Maggio” e lui s’é voltato a stringere mani dall’altra parte. Quella é stata una delle frustrazioni piú grandi della mia vita. Portavo con me prove del sequestro di decine di nipoti e le potevo consegnare solo alla guardia svizzera».

   Ció nonostante, la tenacia di Chicha la portó ad organizzarsi e a fondare l’associazione Abuelas de Plaza de Mayo, che nel 2010 arrivò addirittura ad essere candidata al premio Nobel per la pace. «Io credevo che Clara Anahí fosse l’unica bambina scomparsa. Ero molto sola. Poi scoprí che c’erano altre signore che stavano cercando i bambini». Ci sono voluti anni per scoprire la veritá. Le recenti ammissioni del dittatore Rafael Videla sull’esistenza dei desaparecidos aprono la strada a nuove indagini sul piano sistematico messo in atto dalla dittatura, che ha portato al sequestro di quasi 500 neonati, sottratti ai genitori torturati, e consegnati a famiglie di militari, imprenditori e civili che appoggiarono quel governo. Fin’ora, solo 105 bimbi, che oggi hanno piú di trent’anni, hanno recuperato la loro identitá. Tra le 300 persone che nemmeno sanno di esser figli di desaparecidos, c’é Clara Anahí.

    «Contattai Alicia de La Cuadra, detta Licha, che sapeva che sua figlia desaparecida era incinta. Andammo insieme, con le madri di Plaza de Mayo, a consegnare all’inviato del presidente americano Jimmy Carter, Cyrus Vance, un documento con la storia di ciascuna di noi. Fu uno shock tremendo sapere che c’erano altre signore che cercavano i loro nipoti. In quel momento fondammo Abuelas», scatenando una forza che si spegne solo per volontà del destino, ma non per resa dei suoi protagonisti. «C’é ancora tanta paura e ci sono interessi in gioco», spiega Chicha. «Io ormai sono quasi cieca, ma l’intuizione é piú che viva. E continueró cercando Clara Anahí».

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