«Chicha» è stata ingannata: una giovane le ha fatto credere di essere la nipote che cerca da 40 anni

L’annuncio che la ricerca di una vita si era conclusa la notte di Natale è stato smentito. Maria Elena Wehrli non è Clara Anahì. L’inganno è stato un duro colpo per «Chicha» Mariani. «È molto scossa, siamo preoccupati», dicono gli amici, mentre si attendono risvolti giudiziari

Le ricerche continuano: il falso allarme di Natale ha colpito duramente «Chicha» Mariani. (foto: Pangea News)

Le ricerche continuano: il falso allarme di Natale ha colpito duramente «Chicha» Mariani. (foto: Pangea News)

La Plata – L’appuntamento era per oggi alle 14,00, in una casa tra la 30esima e la 55esima strada della città di La Plata. Dopo quarant’anni di ricerche, «Chicha» Mariani voleva annunciare di aver ritrovato sua nipote nello stesso posto in cui l’avevano rapita i soldati del regime militare argentino, tra le pareti ancora bucate dai proiettili che uccisero sua nuora Diana, la mamma di Clara Anahì. Data la situazione, però, si è dovuto anticipare tutto a sabato e ci si è limitati a poche parole sul marciapiede: la giovane che la sera di Natale si è presentata da «Chicha» e l’ha abbracciata chiamandola «nonna», non ha alcun legame di sangue coi Mariani, era solo un impostore.

Maria Elena Wehrli vive a Marcos Juarez, a 500 km da qui. Da due giorni non risponde al telefono, anche se venerdì ha caricato su Facebook un album di foto insieme ai membri della famiglia di cui ha fatto parte per un giorno. Aveva convinto tutti di essere Clara Anahì mostrando un test genetico con una compatibilità del 99,9%. Sarebbe stata una certezza scientifica, non fosse che si trattava di un falso.

Con la notizia in rete, il magistrato che indaga sul caso ordinava una nuova prova del Dna. Questa volta, però, doveva intervenire il Banco Nacional de Datos Geneticos, un’istituzione di fama mondiale creata soprattutto grazie all’associazione Abuelas de Plaza de Mayo, di cui la Mariani fu fondatrice e direttore per dieci anni.

Dalla prova ufficiale non solo è stata esclusa qualsiasi parentela tra le due donne, ma è emerso anche che Maria Elena si era già realizzata il test nel maggio scorso. Da allora, sapeva di non essere Clara Anahì Mariani, ma lo aveva tenuto segreto. «Ci siamo fatti travolgere dall’entusiasmo», dicono dall’Asociacion Anahì, dopo aver frettolosamente diffuso un’informazione falsa. Ora si chiedono se dietro a tutto questo ci sia stato un piano razionale o un gesto psicotico, mentre è probabile che la magistratura intervenga d’ufficio.

Il problema comunque è soprattutto «Chicha». «È disperata, molto scossa. Francamente, siamo preoccupati per lei», ammette l’amico e biografo Juan Ramos Padilla. È difficile immaginare lo stato d’animo di questa donna di 93 anni, ormai quasi cieca e provata da una vita di ricerche inutili. Suo figlio Daniel, militante peronista, fu ucciso dai militari il primo agosto del ’77. La moglie era stata colpita a morte il 24 novembre dell’anno prima, mentre fuggiva dalla stamperia clandestina che aveva installato in casa. Clara Anahì era con lei e fu portata via dai soldati. Aveva tre mesi e da allora fa parte dei 400 bambini che gli uomini del generale Videla ancora devono restituire alle rispettive famiglie.

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