mercoledì 23 ago 2017

Chi è veramente El Chapo Guzman? Ascesa e caduta di un bandito moderno

Tarchiato, ma ambizioso. Spietato, ma calcolatore. Messicano di provincia, ma anche universale El Chapo Guzman è caduto ieri (per la terza volta) da anti-eroe come ha sempre vissuto. Ecco la sua storia, per scegliere se restare tra i molti che lo odiano o iniziarsi al gruppo di chi lo ammira

La caduta del Chapo (foto: la rete)

La caduta del Chapo (foto: la rete)

Boss del cartello di Sinaloa, protagonista della terribile guerra che da anni sta martoriando il Paese, El Chapo era quasi un signor nessuno quando il 19 gennaio 2001 riuscì a evadere attraverso tre livelli di sicurezza del carcere di Puente Grande (Jalisco), nascosto dentro un carro di biancheria sporca, coperto da lenzuola e da un materasso. Così attraversò la soglia del parcheggio e scappò da una delle prigioni in teoria più sicure del mondo. Chi avrebbe potuto immaginare che 14 anni dopo, precisamente l’11 luglio del 2015, avrebbe infranto il suo stesso record fuggendo da un carcere apparentemente ancora più sicuro, quello dell’Altiplano, questa volta attraverso un tunnel che arrivava proprio sotto la doccia della sua cella? Nessuno, probabilmente nemmeno lui stesso.

All’epoca non era famoso, non vantava una grande fortuna né un grande prestigio: un tipo pienotto, bassino, che non era riuscito a sfuggire alla polizia nelle acque del Suchiate, alla frontiera tra Messico e Guatemala, catturato da un agente della polizia migratoria, incapace di sparare un solo colpo in sua difesa e consegnato alla polizia messicana come l’ennesimo narco. Quando evase dal carcere di Puente Grande, grazie alla complicità di almeno 15 guardie carcerarie (si scoprirà poi che El Chapo spendeva 5 milioni di dollari al mese in mazzette), era letteralmente in mutande. Tredici anni dopo, la sua biografia è diventata tutt’altro che noiosa. Oggi è il personaggio principale dei “narcocorridos” (canzoni popolari messicane che narrano le gesta dei narcos) e, soprattutto, era l’uomo più ricercato al mondo.

«Dai piedi alla testa è solo un uomo piccolo in altezza, ma è dalla testa al cielo che io calcolo la sua grandezza. Lui è il migliore tra i migliori e chi non ci crede ne stia fuori, ha conosciuto la miseria, la ricchezza, rispetta chi lo rispetta e giustizia chi lo disprezza». Questa strofa è solo un esempio delle numerose canzoni dedicate al Chapo, in cui si racconta la sua storia, di come riuscì a scappare dal carcere e a costruire il suo impero. Non tutti esaltano la sua figura, però, alcuni lo accusano di avere cominciato una guerra assurda, altri addirittura negano che sia mai esistito. In molti affermano che dietro la produzione di questo tipo di musica ci sia sempre lui, invischiato in uno dei pochi giri d’affari legali del suo portafoglio.

59anni, sei figli riconosciuti e tre mogli, l’ultima sposata appena diventata maggiorenne in una cerimonia a cui hanno partecipato diversi politici e ufficiali di polizia locali, ha nel tempo rafforzato la struttura della sua holding di narcotraffico, creando franchising e laboratori negli Stati Uniti, in Europa e recentemente anche in Asia. Durante il 2001, anno della sua prima fuga, ha stretto alleanze con altri capi narco fino a trasformare la mappa mondiale del traffico di droga.

Gli affari del Chapo, invece di risentire della guerra alla droga dichiarata dall’ex presidente Felipe Calderón (2006-2012) che ha causato più di centomila morti e migliaia di desaparecidos, si sono rafforzati. Se si osservano i numeri riportati dalla PGR si può vedere come i più grossi colpi non vennero dati alla sua organizzazione. Oppure era già talmente potente – e con tante persone sul suo libro paga – che riuscì a resistere agli attacchi. Fatto sta che l’Istituto Federale di Accesso alle Informazioni (Infomex) rivela che gli arrestati di quel periodo furono piuttosto i nemici del “Chapo”. Secondo quanto diffuso da Wikileaks tempo fa, l’ex segretario alla Difesa messicano, il generale Guillermo Galván Galván, aveva riferito ad alcuni diplomatici Usa che Guzmán era in grado di andare e tornare da almeno 10-15 punti del mondo per evitare di essere catturato. Intorno a lui, una forza speciale di 300 uomini e donne.

Un suo profilo criminalistico, lo ritrae come un tipo “seduttore e protettivo”, capace di creare “rapporti di fiducia” e in questo modo garantirsi il successo della struttura societaria; un uomo che non perdona i suoi nemici e non vacilla al momento di rompere alleanze. È solidale con tutti, riesce a infondere negli altri una sensazione di timore reverenziale a tal punto che è difficile che qualcuno si ribelli o che lo contraddica. Al momento di vendicarsi, rimane freddo e lucido: «Uno dei suoi punti di forza è riuscire a gestire la frustrazione, e per questo le sue vendette non sono quelle di una persona impulsiva. La sua risposta è freddamente calcolata», riporta il profilo. Come nella tortura della goccia cinese, El Chapo indebolisce un po’ alla volta i suoi avversari per poi dare loro il colpo di grazia dopo averli fatti soffrire a lungo.

Raccontano che El Chapo si nascose per anni da qualche parte nella Sierra Madre Occidentale, dove si poteva arrivare a cavallo dopo otto ore di viaggio o in aereo. Lì è nato il 4 aprile del 1957, imparando ad andare scalzo tra colline ripide e spinose. Un ragazzo semplice, che nel 1980, ad appena 23 anni e con solo la licenza elementare, ha fondato il cartello della droga diventato rapidamente il più potente, cosa che gli ha permesso in poco tempo di togliere il monopolio dello spaccio ai colombiani. È diventato un uomo feroce, che però non rinuncia a mangiare nel suo ristorante preferito. La leggenda racconta infatti che, nel 2007, entrò in un ristorante a Culiacán – città nel Messico nordoccidentale, la più grande dello stato di Sinaloa – e senza fare troppe sceneggiate mandò i suoi scagnozzi a confiscare i cellulari di tutti i presenti. Una volta in possesso dei telefoni, El Chapo mangiò con grande serenità e appena finito restituì soddisfatto i cellulari e pagò il conto all’intero ristorante. Lo stesso uomo che andò, senza maschere, al funerale di suo figlio – ucciso a 22 anni – e pianse davanti a tutti.

Dopo l’uccisione di Osama Bin Laden, capo di Al Qaeda, El Chapo divenne il ricercato numero uno per le polizie di tutto il mondo, più di Semion Mogilevich, capo della mafia russa, o Matteo Messina Denaro, il capo dei capi di Cosa Nostra. Nel 2009, la rivista Forbes aveva calcolato che la fortuna accumulata da Guzman ammontava a più di un miliardo di dollari e lo aveva inserito nella lista delle persone più ricche del mondo (il primo capo narcos che venne inserito nella lista fu Pablo Escobar). Da allora la pubblicazione lo ha inserito ogni anno tra i più ricchi del mondo, almeno fino al 2013. E, poiché nella lista rientrano solo coloro che posseggono più di un miliardo di dollari, gli affari del Chapo erano stati meno redditizi che in passato. Ma c’è un’altra lista in cui Guzman era stato inserito: da mesi ormai era considerato il “nemico pubblico numero uno” della storia di Chicago, superando addirittura Al Capone. «Nessun criminale merita questo titolo più di Guzmán Loera, per il suo potere nefasto e la sua crudeltà spietata. A confronto, Al Capone sembra un dilettante», ha dichiarato il presidente della Commissione contro il Crimine Usa, J.R. Davis. Chicago era la base che utilizzava per trasportare la droga in Australia, dove non solo è il principale distributore di cocaina ma ha anche elaborato nuovi procedimenti per creare droghe sintetiche.

Questo articolo è stato pubblicato su il quotidiano on line Linkiesta.it e su PangeaNews il 24 febbraio 2014  viene ripubblicato ora in occasione della terza cattura de El Chapo

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