Bolivia, professione prostituta: lo dice il documento

Evelia Yucra è la prima prostituta ad avere ottenuto il riconoscimento della sua professione nella carta d’identità. Dopo anni di discriminazioni, si sente finalmente libera e spera che il suo gesto sia raccolto da altre donne, le aiuti ad alzare la testa e a non sentirsi come mostri che devono rimanere ben nascosti per assecondare i pregiudizi della società

Un volantino "promozionale" distribuito per strada (foto: Giulia De Luca / Pangea News)

Collaboratrice domestica. Per anni sul documento d’identità di Evelia Yucra appariva questo come lavoro. Lei, però, non è mai stata una collaboratrice domestica: è una prostituta, da quando aveva 18 anni. E solo pochi giorni fa, quasi trent’anni dopo, ha potuto ottenere per la prima volta un documento che raccontasse la verità su di lei, la prima nella storia della Bolivia a essere riuscita a convincere un impiegato dell’ufficio documenti a scrivere, alla voce professione, “lavoratrice del sesso”. Semplicemente questo. Un gesto che potrebbe rappresentare l’inizio di una rivoluzione.

Evelia ci aveva già provato, due anni fa, ma senza alcun risultato. I pregiudizi non l’avevano lasciata libera di essere sincera e in quel momento sul suo documento apparve di nuovo quella definizione: collaboratrice domestica. Che forse rendeva più tranquilla la società, ma non lei. Ecco perché due anni dopo è tornata all’attacco e, questa volta, il funzionario le ha fatto un’obiezione diversa, di natura informatica: la professione di lavoratrice del sesso non esiste nel sistema.

Evelia, sempre più decisa, ha insistito e finalmente è riuscita a vincere la sua battaglia e a ottenere ciò che voleva. «Se non fossi riuscita a ottenere l’iscrizione del mio vero lavoro sul documento, questa volta ero decisa a denunciare il mio caso come un atto di discriminazione», afferma in un’intervista a un giornale boliviano mentre, nella foto accanto, mostra sorridente la sua carta d’identità. «Solo mettendo la faccia possiamo far rispettare i nostri diritti».

La storia di Evelia viene dall’entroterra della Bolivia, paese che convive con diverse realtà difficili e un livello di maschilismo abbastanza alto, e proprio per questo forse sorprende ancora di più. Lei intanto, che della parola vittima non ne vuole sapere, nove anni fa è diventata una fervente attivista per difendere gli abusi a cui sono sottoposte ogni giorno le sue colleghe e al momento è la presidente dell’Organizzazione nazionale di attivisti per l’emancipazione della donna (Onaem). E, come lei, tante altre donne si stanno organizzando e hanno creato una rete che attraversa tutta l’America Latina in difesa dei diritti delle “meretrici” – come loro stesse si definiscono – e alla quale partecipano 15 paesi, tra i quali appare la stessa Bolivia, oltre ad Argentina, Cile, Colombia e molti altri. E la nuova carta d’identità di Evelia è un primo passo che spera possa dare origine a una marcia di donne che decideranno di provare a far rispettare i loro diritti. Di lavorare in proprio magari, visto che la domanda non manca, oppure di cambiare attività, se vorranno, ma senza che qualcuno le obblighi o le giudichi.

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