Bogotà scommette sulla movida per combattere il crimine

Dopo vent’anni vengono cancellati gli orari di chiusura obbligatori di bar e discoteche. Emergeranno da sottoterra centinaia di amanecederos clandestini, dove finora i giovani passavano il sabato sera a drogarsi, bere, baciarsi e ballare, col cuore in gola per essere scoperti dalla polizia

In alto le mani: si balla anche se arrivano gli sbirri   (foto: Julián Pilonieta / Cartel Urbano)

In alto le mani: si balla anche se arrivano gli sbirri (foto: Julián Pilonieta / Cartel Urbano)

La notte di sabato 14 settembre 2013, l’amanecedero illegale all’angolo tra Avenida Primero de Mayo e la Carrera 13 di Bogotà si era riempito fino all’orlo come tutti i weekend, con la drum’n’bass in programma di lì alle prime luci del giorno e nessuno scandalo per chi, tra le circa 300 persone presenti, si fosse fatto un paio di botte di coca sul bancone del bar. Poi, la polizia metropolitana bussò alla sua serranda abbassata, mischiando i colpi al beat e senza poter attirare l’attenzione di nessuno. Fu questo il motivo per cui decise di spruzzare il gas antisommossa attraverso le fessure, ottenendo come effetto prevedibile, quello di seminare il panico all’interno del locale.

Nella calca di gente sudata che tentava di uscire da quel luogo denso d’aria urticante ed anche dalla gabbia psichica che una situazione del genere può creare, se mescolata con le droghe errate, i ragazzi trovavano scudi e manganelli che li ributtavano indietro e sei di loro morirono asfissiati. Così, il vaso della movida clandestina della capitale colombiana iniziava a traboccare, lentamente e senza sosta per quasi un anno, fino al provvedimento con cui il Comune, la settimana scorsa, ha deciso di togliere le restrizioni che vigevano da quasi due decenni, che d’altronde nessuno mai aveva rispettato e che avevano fatto proliferare i bar segreti. 

Tutto era cominciato 18 anni prima, quando il sindaco della capitale, Antanas Mockus, aveva istituito “l’ora della carota” per combattere la quantità sconvolgente di morti per rissa, incidenti stradali e abuso di droghe che segnavano la notte bogotana: i locali dovevano chiudere per legge all’una esatta. Più tardi però, nel 2002, lo stesso primo cittadino dovette riconoscere l’impopolarità della trovata e tornare sui suoi passi, istituendo “l’ora felice”, che permetteva di stare aperti fino alle 3. 

In un primo momento, quando oltre ai limiti orari si implementarono anche controlli stradali e altre forme di protezione, il numero di morti si era abbassato. Con il tempo, tuttavia, aumentava il numero degli amanecederos, una parola che potrebbe essere tradotta come “albeggiatoi” e che a Bogotà si usa per riferirsi ai posti che danno asilo ai tiratardi in cerca di un ricovero in cui fare l’alba, e il bilancio dei weekend tornava all’epoca pre-carota. 

«Non è tanto facile gestire un locale clandestino, lavori con il cuore in gola – ha detto due giorni fa, poco dopo che il limite di chiusura era stato abolito, il titolare di un ritrovo segreto, che ha chiesto ai suoi intervistatori del sito Cartel Urbano, di restare anonimo – il posto è legale all’80%, serviamo da bere fino all’orario consentito e poi abbassiamo la serranda e continuiamo a farlo». Secondo quanto riferisce, «la polizia in genere è tollerante, ci chiede: – Cosa succede qui? E io gli rispondo: – Ho invitato un po’ di amici. – Sì, ma tutte le sere? – Lo ammetto, siamo dei gran ubriaconi». 

A far partire il loro amanecedero è stata la mamma, che si era stancata di avere la casa piena di gente che beveva e si drogava. Poi la voce si è sparsa, la cosa ha preso piede. Ma non tutti le serate sono semplicemente stare bene insieme. «È vero a volte ci sono delle risse, ma non tanto come in altri posti». Appunto, in generale però ce ne sono abbastanza da aver spinto il Comune a tentare la politica contraria a quella di vent’anni fa: questa volta si legalizzerà la movida, per combattere la criminalità che ad essa e legata. Funzionerà? Di certo c’è che proibirla, non ha funzionato.

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