Banana shit: Chiquita non sarà processata per le stragi in Colombia

934 vittime ancora senza mandante: è il bilancio che attivisti, avvocati e civili attribuiscono ai guerriglieri di sinistra e di destra che la bananera Chiquita Brand finanziava nella zona di Urabà, per proteggere le piantagioni. Il tribunale americano presso cui era stata denunciata, non è competente

Frutticultura armata: in Colombia la Chiquita ha 934 scheletri nell'armadio (foto: la rete)

Frutticultura armata: in Colombia la Chiquita ha 934 scheletri nell’armadio (foto: la rete)

Tre centesimi di dollaro per ogni cassa di banana. Era questo il racket che la multinazionale della frutta Chiquita Brand, quella del bollino blu, pagava ai paramilitari di estrema destra delle Autodefensas Unidas (Auc), affinchè garantissero protezione alle sue piantagioni dalla guerriglia marxista delle Farc e da loro stessi. Lo disse pubblicamente il pentito delle Auc, Raul Emilio Hazbun, nome di battaglia: Pedro Bonito. Lo confessò poi a una corte americana nel 2007 la stessa compagnia, vedendosi per questo condannata a pagare 25 milioni di dollari. Niente più di questo, però, perché il processo contro le 934 vittime che si attribuiscono indirettamente a Chiquita per mano dei guerriglieri che finanziava e che operarono in un conflitto che ne fece circa 50 mila, non incomincerà: i fatti sono accaduti fuori dalle frontiere americane e il tribunale presso cui 4 mila colombiani hanno sporto denuncia, ha sostenuto la settimana scorsa di non poter accettare la causa.

Nella versione dell’azienda, tutto incominciò nell’anno 1995, quando un pulmino carico dei suoi operai transitava per una strada di terra della fertile regione del Urabà, dipartimento dell’Antiquia, detta confidenzialmente L’Angolino d’America. Il veicolo, che si dirigeva a uno dei molti campi di banane della zona, fu fermato da una banda armata, che obbligò tutti i passeggeri a scendere, a inginocchiarsi e a guardare l’orizzonte per un’ultima volta. I paramilitari, probabilmente delle Auc, giustiziarono sul posto tutti e 38 gli occupanti e la Chiquita, per evitare che si ripetesse il fatto, incominciò a pagargli il pizzo che chiedevano.

Storici colombiani e appassionati di favole come Gabriel Garcia Marquez, tuttavia, sostengono che la controversa presenza bananera nel Paese iniziò molti anni prima. Per esempio nel 1928, quando la United Fruit (vecchio nome della Chiquita) ordinò all’esercito di porre fine allo sciopero dei suoi braccianti con la famigerata strage di Aracataca, tanto lungamente descritta in 100 anni di Solitudine, e in cui si crede morirono almeno 300 persone, anche se la versione ufficiale disse che se ne uccisero in piazza solo 9.

Dagli anni ’30 ai ’90, tuttavia, lo scenario politico colombiano cambiò parecchio, anche sei fondamentali della sua prassi quotidiana non si sono evoluti così rapidamente. L’avvocato Tom Wolf, che ha querelato la Chiquita in USA e viene citato dall’agenzia EFE, racconta per esempio che tra il 1987 e il 1999, la compagnia finanziava i guerriglieri marxisti delle Farc (Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia), affinché li difendesse dall’Ejercito Popular de Liberacion (e da loro stessi). In questo arco di tempo, le Farc avrebbero ucciso nei dintorni di Urabà, 254 persone innocenti.

«La situazione però cambiò drasticamente a metà anni ’90 – spiega Wolf – quando i narcotrafficanti della zona crearono l’organizzazione paramilitare Autodefensas Unidas (Auc), per proteggersi dalle Farc». La storia ufficiale, dice che le Auc sono state fondate con tutti i galloni nel 1997, ma che gruppi disgregati operassero già negli anni precedenti. «A quel punto – sintetizza l’avvocato – la Chiquita cambiò squadra» e, quelli con le nuove casacche, fecero 677 morti solo tra il ’96 e il ’97 nelle aree in cui operava l’azienda.

In tribunale, Chiquita ha confessato di aver pagato 1,7 milioni di dollari tra il 1997 e il 2004 alle Auc, spiegando di essere stata obbligata a farlo. Tuttavia, per il momento non sarà processata per la sua partecipazione alle stragi citate in questo articolo, una presenza che sarebbe ben più preponderante di quanto i legali della multinazionale non siano disposti a riconoscere. Il famigerato e ormai scomparso capo supremo delle Auc, Carlos Castaño Gil, ha raccontato per esempio in un’intervista concessa al quotidiano El Tiempo, che il 5 novembre 2001 arrivò al porto di Zungo, nell’Urabà antioqueño, l’Otterloo, un grande cargo battente bandiera panamense, che scaricò in un magazzino della Chiquita un carico che, secondo la bolla, consisteva in 23 container di palloni di gomma. In realtà, si trattava di 14 container contenenti quello che Castaño Gil considerava il più grande successo di tutta la sua gestione da capo guerrigliero: 3 mila fucili Ak 47 e 5 milioni di cartucce calibro 5,62, ossequio della bananera al suo corpo di guardia illegale.

Come se tutto questo non bastasse, poi, la stampa colombiana si è anche sforzata di dimostrare che Chiquita non ha affatto lasciato il paese nel 2004, come sostiene. Attraverso una complessa ingegneria finanziaria, l’azienda sarebbe ancora presente attraverso le firme Invesmar S.A. e Olinsa, due società che, dopo il 2004 e fino al 2007, hanno continuato a versare ingenti quantità di denaro alle cooperative di sicurezza dietro a cui si nascondono le Auc. Lo afferma il mattutino di Bogotà, El Espectador.

Lascia un tuo commento