mercoledì 24 mag 2017

Africani bloccati tra Costa Rica e Nicaragua: anche l’America Latina nel dramma dei profughi

La grande rete di tratta di esseri umani che va dal Brasile agli Stati Uniti si è interrotta ancora una volta alla frontiera tra i due paesi centroamericani. A solo pochi mesi dalla crisi umanitaria dei cubani, la stessa dogana torna a trasformarsi in una tendopoli per i profughi congolesi, ganesi e senegalesi

Bloccati sulla via d'America. (Ezequiel Becerra / Getty Images)

Bloccati sulla via d’America. (Ezequiel Becerra / Getty Images)

Peñas Blancas non conosce pace. Il posto di confine tra Costa Rica e Nicaragua ritorna all’attenzione delle cronache per una nuova crisi umanitaria. Dopo quella vissuta fino al marzo scorso, con migliaia di cubani ammassati sul lato costaricano e risolta solo grazie ad un ponte umanitario creato da Costa Rica, El Salvador e Messico, la storia si ripete con centinaia di africani. Per loro, in gran parte congolesi, ghanesi e senegalesi l’ingresso in Nicaragua è precluso e con esso la possibilità di proseguire il viaggio verso la meta finale, gli Stati Uniti. Il Nicaragua, infatti, si rifiuta di lasciarli passare sul suo territorio, considerando che l’intera questione non sia altro che un tassello di una monumentale tratta di persone che ha le sue radici in Brasile e che si dirama in quasi tutto il Sudamerica. La presenza degli africani in questa regione ha colto di sorpresa le autorità, abituate a ben altre istanze migratorie. Giungono a piccoli gruppi, con il supporto di bande di coyotes che li guidano dalla Colombia o dal Venezuela a Panama e quindi in Costa Rica. Il viaggio si interrompe bruscamente nell’imbuto di Peñas Blancas, una frontiera che perfino in tempi normali è scomoda e disorganizzata, dove la burocrazia forma lunghe code di persone, automobili e autoarticolati. Chi cerca di passare in maniera illegale viene fermato e riportato indietro. Il governo costaricano ha organizzato un albergo, che al momento, però non può ospitare più di un centinaio di persone. Tra i terreni incolti che circondano le installazioni frontaliere, è sorto così un villaggio di tende dove almeno milletrecento persone attendono un segnale che dia una soluzione al loro status migratorio. La situazione, manco a dirlo, è drammatica e riguarda soprattutto le condizioni sanitarie. In piena stagione delle piogge, le tende sorgono letteralmente nel fango e i loro occupanti sono costretti a dormire tra le pozzanghere. Improvvisate cucine da campo provvedono a una dieta appena sufficiente alla sopravvivenza. La disperazione ha causato già diversi scontri con la polizia. Secondo i loro portavoce, gli africani insistono nel diritto del libero transito e che la decisione delle autorità nicaraguensi è arbitraria. Parole vane, però: dal Nicaragua non si passa.

Tra i profughi vi è anche un nutrito gruppo di haitiani, che dice di provenire dal Brasile, paese che li ha accolti dopo il terremoto del 2010. Qui dicono di aver lavorato negli anni passati ma, paradossalmente, nel Brasile del boom economico, delle Olimpiadi di Rio, dei mondiali di calcio e delle megaopere, ora non c’è più posto per loro. Il lavoro scarseggia, dicono e da qui l’impresa avventurosa e pericolosa di percorrere l’intero continente in direzione nord. Anche a loro è stato negato il transito e stazionano nel villaggio di tende in attesa che si decida la loro sorte.

Le autorità, intanto, scartano l’ipotesi di una soluzione simile a quella del ponte umanitario organizzato per i cubani. Gli africani, infatti, non possiedono documenti validi e non dispongono dei benefici legali per poter entrare liberamente negli Stati Uniti, dove dicono di essere diretti. Un limbo giuridico, insomma, dal quale potranno uscire solo attraverso una decisione comune dei paesi dell’area centroamericana.

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