60 scatti al minuto nei quartieri narcos di Rosario: il cuore lento del reporter si è fermato

L’ultima storia di polizia col fotografo che amò la cronaca nera al punto da diventare il protagonista di un giallo di Fontanarrosa. Pangea News saluta le inquadrature del Negro Carlos Carrion, giornalista rosarino e duro d’altri tempi

Ieri è morto a Rosario Carlos Carrion. Non abbiamo l’onore di dire che era un fotografo di Pangea News, ma ci resta l’orgoglio di aver lavorato con lui in un paio di occasioni e questa è la più insignificante delle cose che si potrebbero dire sul suo conto. A una prima occhiata, la più rilevante sarebbe forse che, oltre ad essere una persona, Carlos era anche un personaggio. Precisamente, il protagonista del racconto La noche de los galanes, uno dei più famosi tra quelli scritti dal suo conterraneo Roberto Fontanarrosa. I due condividevano la città di nascita, un’amicizia e il soprannome: El Negro, tant’è che il Negro che scriveva, mise il Negro che fotografava al centro di una storia poliziesca. Come poteva essere altrimenti, d’altra parte: El Negro Carlos Carrion era uno che si divideva tra i campi della Primera Division (o meglio i bordocampi) e i peggiori bassifondi di Rosario, i bordocampi della quiete. Una volta, da Pangea gli abbiamo chiesto se volesse lavorare con noi sulla storia di un tipo cattivo, che vive in uno di questi posti in cui prima si spara e poi si chiede: «Chi è?». Lui, rispose: «Faccio un giro e vi dico se trovo questo bambolotto». Carlos era un tipo duro, col cuore lento che batte a sessanta scatti al minuto. Adesso che se n’è andato, nelle angustie di un letto d’ospedale, vien da dire: È morto il giornalista, viva il giornalista.

Qui di seguito, l’ultimo servizio a cui abbiamo lavorato insieme e una delle sue foto.

Graffiti contro il potere delle bande a Rosario (Carlos Carrion / Pangea News)

Graffiti contro il potere delle bande a Rosario (Carlos Carrion / Pangea News)

Buenos Aires – La mattina di martedì scorso è stata l’inizio di una settimana di fuoco per gli agenti del 25° commissariato di polizia di Villa Gobernador Galvez, un sobborgo a sud della città argentina di Rosario. Pioveva da giorni e il procuratore Spelta li ha chiamati di buon ora per realizzare un sopralluogo nei pressi del fiume Paranà. Diverse telefonate avevano segnalato la presenza sospetta di un pick-up abbandonato con lo sportello aperto, accanto al quale i poliziotti avrebbero trovato il corpo di un uomo morto.

Il fascicolo di Jorge Lavezzi, detto Il Barba e ucciso con uno sparo alla testa, sarebbe probabilmente finito nella pila dei casi archiviati come frutto della guerra tra narcotrafficanti, che dal 2004 a oggi ha portato a più di mille morti nella città di Rosario (38 dei quali solo quest’anno), oppure, come il gesto assurdo di un tossicodipendente, disposto a uccidere per rubare un cellulare (unico oggetto mancante nelle tasche della vittima). Tuttavia, quel pescivendolo senza precedenti, era lo zio del bomber di Napoli e PSG Ezequiel Lavezzi, e la notizia ha richiamato l’attenzione su una realtà drammatica.

Rosario, la città in cui giocò Maradona, dove sono nati Lionel Messi, l’interista Mauro Icardi, l’ala del Real Di Maria e che ora ospita anche Re David Trezeguet, si è trasformata in un campo di battaglia tra cartelli della droga che, oltre a curare interessi nel mattone e nella finanza, stanno anche mettendo le mani sul mondo del calcio. In quella stessa Villa Gobernador Gálvez in cui è cresciuto Lavezzi e che oggi detiene il più alto tasso di omicidi di tutta la regione, è stato trovato nel 2012 il cadavere di Claudio Cantero, capobanda dei Los Monos (Le Scimmie), ovvero la cosca più potente sul territorio. Questo omicidio innescò una catena di vendette che dura tuttora e dalle cui indagini è emersa la presenza economica e politica dei Los Monos nelle due principali squadre cittadine: Newell’s All Boys e Rosario Central.

In una perquisizione a casa dei Cantero, sono state trovate fotografie di compleanni e altre baldorie in cui i vertici famigliari brindano con i capi ultrà del Central e del Newell’s. In due intercettazioni telefoniche, si sente uno dei loro picciotti parlare con Francisco Lapiana, un losco imprenditore con interessi in certe promesse del pallone: «Allora, com’è andato il pupillo?», chiede Lapiana. «Bene, ha talento», gli si risponde. Stanno parlando di Angel Correa, punta 19enne del San Lorenzo. La squadra di Papa Francesco ha appena battuto il Boca e il ragazzo ha segnato. Con questa e le altre intercettazioni, la magistratura decide il sequestro del cartellino, scoraggiando l’interesse dell’Atletico Madrid che l’aveva in agenda.

Secondo il giudice, i narcos di Rosario possiedono quote in almeno altri 100 giocatori. «Il narcotraffico nasce nella curva del Newell’s», ha detto il governatore, Antonio Bonfatti. In questa squadra arrivò nel ’94 Leo Messi. Era l’inizio della presidenza di Eduardo Lopez, un mandato segnato dalla corruzione e la prepotenza. Lopez usava un gruppo ultrà come braccio armato e i Los Monos ne tiravano le fila: «Controllavano i cartellini delle giovanili e negoziavano le cessioni – dice un vecchio cronista di Rosario, testimone di quei fatti – Leo fu portato in Spagna per curarsi, ma anche per strapparlo di mano al potere delle bande».

di Paolo Galassi e Filippo Fiorini.

Una versione di questo articolo è stata pubblicata sul quotidiano La Repubblica.

Lascia un tuo commento

Powered by WordPress | Servicios de diseño