45 anni fa moriva Che Guevara: hasta siempre, Comandante

Resoconto lirico degli ultimi attimi di vita di un rivoluzionario e dei 10 mila anni successivi ad essi. Per gentile cortesia delle forze golpiste boliviane e dei loro patrocinatori a Washington

Addio: hasta siempre Comandante (foto: la rete)

Addio: hasta siempre Comandante (foto: la rete)

Delle due forze demoniache e promiscue che scatena Ernesto Che Guevara nei cuori delle persone, la forza del bene e la forza del male, Pangea sceglie senza dubbio l’una e subisce gli effetti dell’altra: io sono Pangea News e sono anche Ernesto Che Guevara. 45 anni fa cadevo in Bolivia, mentre mi ostinavo alla salvezza di uno spicchio di Terzo Mondo, che sarebbe diventato volentieri Quarto, a patto di mantenere la sua tranquillità di schiavo che aveva prima di conoscermi. Io non gli portai tranquillità alcuna. Gli offrii libertà e giustizia, chiedendogli in cambio il sacrificio della sua pace. Ma in nessun modo me la volle dare e preferì piuttosto dare me ai suoi stessi carnefici, credendo che così li avrebbe tenuti occupati per un pò.

Ti sbagliavi, maledetta Bolivia indigena e analfabeta. Tradirmi non ti diede neanche un attimo di sollievo dalle tue torture quotidiane, ma una colpa che i miei seguaci più fanatici ti attribuiscono e che tu non sai neanche di avere, perchè dai bianchi senti solo gli ordini e mai le ragioni. Sono morto, Piero di una guerra persa, solo e tradito. In mano a soldatini bolviani vestiti come nazisti e abbottonati da maestri americani, con l’appoggio di fascisti argentini, cileni, peruviani e Dio sa chi. Dicono che nell’anno prima alla mia morte, il fatidico 1967, Washington abbia speso in Bolivia più di quanto non avrebbe speso poi l’anno successivo in Vietnam. Mi voleva beccare a tutti costi questo Sam bastardo ed ostinato, per questo allora dissi che era «necessario creare due, tre, molti Vietnam».

Prima di me, morirono i miei commilitoni. Compagni con cui avevo sparato sulla Sierra Maestra cubana, là dove la parola della Rivoluzione era cresciuta meglio, e che mi avevano accompagnato anche in tanti altri campi di battaglia, ora cadevano privilegiati: per un rivoluzionario è sempre meglio morire su di questi, che finire in mano al nemico. Io non ho avuto questa fortuna. L’asma, i ricordi di Marx, l’orgoglio ed il rimorso: questi furono i miei compagni di scuola nelle ultime ore. Nelle settimane precedenti mi avevano già ammazzato almeno 5 volte. Tutti sapevano della mia presenza in Bolivia ed alcuni speravano nella sua prossima fine.

La mia ultima battaglia fu alla Scarpata del Yuro, con il mio battaglione di zoppi e moribondi lenti. «La velocità di un drappello da guerriglia è data dal soldato più lento, non da quello più veloce», dissi non molto tempo prima. Io ero il comandante e mandai in salvo i feriti, poi si aprì il fuoco, mi ferirono ad una gamba e divenni all’improvviso il più lento. Una zavorra per me e per i miei, così come volli essere una zavorra per il capitale e per i suoi. Mi fecero prigioniero in una scuola: con i miei sopravvissuti e i miei morti. Con i soldati boliviani alla moda nazi e con gli agenti cubani della Cia, gente capace di scuoiare un cucciolo di cane per tenersi in allenamento.

«Lei viene ad uccidermi», dissi a Mario Teran quando entrò nell’aula che mi avevano fatto a cella, e così era. «Stia tranquillo e punti l’arma con cura – aggiunsi – lei sta per uccidere un uomo». Mi crivellò dal collo in giù, per ordine del presidente boliviano che prendeva ordini dal presidente americano. Volevano far credere fossi morto in combattimento e non giustiziato vigliaccamente. Non l’avessero mai fatto: con questo ingenuo stratagemma da sgherri, spinsero da quel giorno fino ad oggi e per sempre, chiunque mi veda in faccia nella foto di Korda, a combattere senza sosta la mia battaglia. La battaglia che molti chiamano Rivoluzione.

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