Mosè del Rio de la Plata

Solo gli storici, aiutati dal tempo, potranno dire se Mauricio Macri sarà il Mosè che ha guidato il popolo argentino lontano dall’abbrutimento sociale a cui l’hanno condannato 12 anni di peronismo. Magari, gli storici diranno il contrario. Il risultato dei loro studi sarà che erano stati Nestor e Cristina Kirchner a portare gli argentini fuori dall’Egitto del neoliberalismo e che Macri poi non avrebbe fatto altro che catturarli tutti nella Terra Promessa dello statalismo e ricondurli alla barbarie.

Giornalisticamente, questa agenzia non si inclina per nessuna delle due interpretazioni, ma nemmeno ha bisogno dei secoli per capire che una caratteristica del Mosè, Macri la sta effettivamente mostrando: divide le acque del popolo del Rio de la Plata in mari quasi uguali. In due settimane di governo, ha spaccato l’opinione pubblica liberalizzando il cambio tra peso e dollaro, sollevando dalle tasse le campagne, riconoscendo un aumento ai sussidi più diffusi tra i poveri, ma negando il buono di Natale alle cooperative che lo chiedevano.

Ha anche sgomberato il primo picchetto stradale nell’arco di un decennio, garantendo poi un piano di salvataggio per gli operai che l’avevano messo in piedi. Ha tentato di scavalcare il Senato nella designazione di due giudici della Corte Suprema, ha ritirato la manovra ed è tornato alla carica destituendo il titolare dell’autorità di controllo dei media, Afsca, che avrebbe altri quattro anni di mandato. In tutto questo, è notevole il fervore con cui gli argentini lo appoggiano o lo attaccano. Finché saranno divisi, lui andrà avanti. Unite, le acque finirebbero per sommergerlo.

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