La colpa delle Parole

Maria Claudia Irueta Goyena fu rapita a poche ore dall’alba del 26 agosto del 1976 in via Gorriti, una strada serena in cui Buenos Aires già dismette i suoi marciapiede scalcagnati, per dar spazio agli alberoni che prima o poi finiranno in Pampa. Aveva 19 anni e una bimba di 7 mesi che le dormiva dentro. Fu portata via insieme al marito ventenne Marcelo e alla cognata sua coetanea, Nora. Di loro restò solo una botte piena di cemento, mescolato alla testa sparata ed alle ossa rotte di Marcelo. Le loro colpe furono le parole dette da Juan, che era lo suocero di Maria e, naturalmente, il padre di Marcelo.

Juan aveva detto: «Sotto la luce d’ottobre, un’altra luce accendeva l’oscurità dell’aria: un fiume di tenerezza davanti alla pace celeste delle porte, ovvero, un fiume di vittoria, o meglio, una corrente di volti in libertà». «Di che parli, Juan?» Gli avevano chiesto e lui rispose: «Della Rivoluzione Cinese, bella come quella Russa». «Sei comunista!», gli fecero allora sapere e lo misero in galera. Quando uscì di galera, disse: «Solo contro il mondo alzò il suo cuore su una pertica. Era l’unico che aveva, lo dispiegò nell’aria come una gran bandiera, come un fuoco acceso contro la notte scura, come un colpo d’amore in faccia alla paura». «Di che parli Juan?», gli chiesero nuovamente. «Di Fidel Castro», rispose allora lui. «Sei guerrigliero!», lo informarono sicuri e gli diedero un fucile, che lui però volle cambiare con una macchina da scrivere.

Quando la guerra finì, Juan scrisse: «Ma mi ricordo di quando tornerai, attaccata al tuo destino come una roccia, pulendo la morte di dosso ad ogni notte, montando un cavalluccio di fuoco». «Di che parli Juan?», gli chiesero di nuovo. «Della mia nipotina – disse lui – perchè so che è nata in battaglia mentre morivano sua madre e suo padre». «Povero te», gli dissero allora e poi tacquero. Quando l’attesa finì, Juan disse: «Che festa è la nuova allegria sopra al vecchio colore. Lei solo cerca un ricordo dove possa esser soave ed in un momento bimba. Chiude gli occhi in fronte al vento che le agita la gonna e poi le cade addosso la vita continua». «Che dici, Juan?» Gli chiesero un’ultima volta. «La mia nipotina è tornata ed ora mi prende il nome», sorrise lui. «Sei il poeta Juan Gelman!», gli gridarono allora tutti in coro.

Macarena Gelman, figlia del figlo di Juan, Marcelo, e di Maria Claudia, è cresciuta con una famiglia che la prese illegalmente in adozione grazie alla sua complicità con il potere militare che governò l’Argentina tra il 1976 ed il 1983. Oggi partecipa insieme a suo nonno Juan, uno dei principali poeti latinoamericani contemporanei, al processo contro la rete terrorista statale che ordinò il sequestro, la tortura e l’uccisione di sua madre, per la colpa di alcune parole fortissime che tuttavia non si è ancora potuto spegnere.

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