Che volete?

Che volete da noi?” ha chiesto il principale giornale di Ciudad Juarez, pericolosa città messicana al confine con gli Usa, ai narcotrafficanti. In un editoriale disperato, firmato a nome della redazione, il quotidiano El Diario è costretto a dialogare con le vere autorità dello stato di Chihuahua: i narcos. Che avevano appena ucciso un ragazzo di 21 anni che lavorava come apprendista fotografo nella redazione del giornale. “Non vogliamo più morti, feriti e meno ancora intimidazioni. È impossibile fare il nostro lavoro in queste condizioni. Indicateci, quindi, che vi aspettate da noi come mezzo di comunicazione”.

Era il 2010, le strade messicane erano macchiate di sangue, l’ex presidente Calderon stava perdendo una guerra cominciata quattro anni prima contro i cartelli della droga. Una guerra che ha fatto decine di migliaia di desaparecidos e 30mila morti all’anno. Sono 2500 al mese, 82 al giorno. Oggi, 9 luglio 2015, arriva la notizia che altri 3 colleghi messicani sono stati uccisi in meno di una settimana. Uno di loro, Filadelfo Sánchez Sarmiento, aveva lanciato l’allarme dal suo Facebook: «ho ricevuto di nuovo minacce di morte dirette alla mia persona e di bruciare la radio dove lavoro». Nessuno ha aperto il fuoco contro l’emittente di Miahuatlán, nello stato sud-orientale di Oaxaca, dove Filadelfo conduceva il notiziario. Però lui sì lo hanno ucciso sulla porta redazione, pochi giorni dopo. Quello stesso giorno, il 2 luglio, il cadavere di Juan Mendoza Delgado, direttore di un giornale on line è apparso nell’obitorio dello stato di Veracruz. Sei giorni prima, Gerardo Nieto Alvarez, direttore della rivista El Tábano, nello stato centrale di Guanajuato, era stato sgozzato.

Dal 2000, il Messico è progressivamente diventato il paese più pericoloso del mondo dove esercitare la professione giornalistica, con circa 90 colleghi uccisi, sette solo dall’inizio del 2015, decine di esiliati, sequestrati e minacciati. Nel silenzio, e a volte disprezzo, delle autorità.

Il governatore dello stato di Veracruz, Javier Duarte del PRI, partito che ha guidato il Messico per 70 anni ed è tornato al potere nelle ultime elezioni con il presidente Enrique Peña Nieto, ha assunto la carica quattro anni e mezzo fa. Da allora nel suo stato ci sono stati decine di attacchi ai professionisti dell’informazione, 41 solo nel 2014, e 12 giornalisti uccisi. Per Duarte, la colpa è dei morti. Martedì scorso ha pubblicamente dichiarato, durante un incontro sulla libertà d’espressione, che tra i giornalisti ci sono quelli “coinvolti con la malavita” e li ha avvisati di «comportarsi bene», perché presto «cominceremo a scuotere l’albero e molte mele marce cadranno».

Duarte non è il solo a essere soddisfatto della morte dei giornalisti. L’intero arco politico messicano tace e acconsente, e i casi dei 90 colleghi uccisi sono ancora insoluti. E non è stato solo Vincente Fox, presidente nel 2000 per il Pan, o Felipe Calderón suo successore, a rimanere a guardare. L’attuale amministrazione di Enrique Peña Nieto non ha ancora risolto, anzi non ha nemmeno cominciato le indagini sui 16 casi di omicidio che si sono verificati a partire da quando ha assunto la carica presidenziale nel 2012.

Una versione di questo articolo è stata pubblicata su Repubblica Sera

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