Sdegno in Cile: via libera alla caccia dei cani selvatici

Soluzione drastica al problema del randagismo: si inizia dalle campagne, dove si potrà sparare liberamente sui branchi di cani liberi, tenendo una distanza minima di 400 metri dalle case. Critiche di animalisti e avvocati, imbarazzo del governo che aveva promesso di rivedere la legge

In piazza per i cani di strada: una manifestazione contro la nuova legge del Cile (foto: la rete)

In piazza per i cani di strada: una manifestazione contro la nuova legge del Cile (foto: la rete)

Non c’è limite di taglia, razza o quantità di capi che potranno essere abbattuti. Da sabato, i cileni potranno dare la caccia ai cosiddetti «cani selvatici», ovvero tutti i cani che vivono fuori dai centri abitati, che si muovono in branchi e che saranno sorpresi a più di 400 metri dalla casa più vicina. La norma che permette di farlo, votata nel 2013 dal precedente governo liberale di Sebastian Piñera e pubblicata sabato sulla Gazzetta Ufficiale che stampa l’attuale amministrazione Bachelet, socialdemocratica, punta a risolvere il grave problema del randagismo ma, per il momento, è riuscita soprattutto a suscitare lo sdegno di animalisti e semplici cittadini.

L’articolo 6 del decreto legge numero 25 sulla regolamentazione della caccia, inserisce infatti tra le «specie di fauna selvatica pregiudiziali o dannose» anche «i branchi di cani ostili o selvaggi», per i quali non solo esiste il diritto, ma addirittura il «dovere di cattura o caccia entro i termini stabiliti dalla norma», che applica le stesse condizioni anche ad altre 21 specie animali. Nel marzo dell’anno scorso, il ministro dell’Agricoltura, Carlos Furche, aveva riconosciuto che «il tema ha toccato la sensibilità della cittadinanza», promettendo per questo una revisione della regola, che però poi non c’è mai stata.

Le istituzioni avevano a suo tempo giustificato il provvedimento, adducendo i «gravi problemi che questi cani causano all’attività umana e il modo in cui sbilanciano l’ecosistema, agendo come predatori sulle altre specie». In una città da 6 milioni di abitanti qual è Santiago del Cile (comprese le periferie), ci sono 500 mila cani randagi, di cui circa 398 mila hanno a suo tempo avuto un padrone, che poi li ha abbandonati. La gestione del fenomeno costa milioni di dollari solo nella capitale, ma le associazioni animaliste ed altri esperti, credono che non si stia percorrendo la strada giusta per risolverlo.

Secondo l’avvocato ed ex pubblico ministero Cristian Garcia Huidobro, interpellato in proposito dal portale cileno T13, «questa norma apre alla possibilità di realizzare massacri indiscriminati di cani. Di fatto, qualsiasi municipio potrebbe radunare un gruppo di cani randagi in un’area isolata, considerarli un branco e ucciderli». Il legale, fa infatti notare che «non si specifica che cosa si intenda per branco», dato che non si indica alcun numero preciso, legittimando per assurdo qualsiasi gruppo di due o più animali.

Alle parole di Garcia Huidobro, ha fatto eco la presa di posizione dell’avvocato Florencia Trujillo, impiegata nel gruppo ambientalista Ecopolis. «Il governo aveva deciso di congelare il progetto – ha raccontato delusa – la presidente Bachelet ci aveva detto che suscitava sdegno sociale e che andava esaminato. Non abbiamo idea di chi abbia dato l’ok per la pubblicazione, ma si tratta di una decisione politica», di chi, evidentemente, non ha molta riconoscenza per il miglior amico dell’uomo.

Lascia un tuo commento