Rio+20: Morales portavoce del socialismo ambientale

«Il capitalismo usurpa la creatività della natura», dice il presidente boliviano al vertice Onu sull’ambiente, cristallizzando un momento in cui tutta l’America Latina si ribella al codice di sfruttamento occidentale, con una sola gigantesca eccezione: il Brasile

Figlio dei fiori: il presidente della Bolivia, Evo Morales (foto: Maria Silvia Trigo/PangeaNews)

Figlio dei fiori: il presidente della Bolivia, Evo Morales (foto: Maria Silvia Trigo/PangeaNews)

Il presidente boliviano Evo Morales è intervenuto al vertice sull’ambiente delle Nazioni Unite di Rio de Janeiro per argomentare con forza in difesa della protezione delle risorse naturali. Trasportando il suo modello politico anche al contesto ambientale, la sua proposta è stata semplice ma estrema: nazionalizzare le materie prime di cui dispone ogni paese, in modo che i popoli deleghino ai loro governi e non ad una sola impresa le decisioni sul futuro del pianeta.

«Il capitalismo usurpa la creatività della natura», ha detto enfaticamente Morales nel suo discorso, raccogliendo il consenso di molti dei suoi pari latinoamericani, come per esempio quello di Rafael Correa dell’Ecuador, il quale ha sforato dai 5 minuti che gli erano stati concessi nel programma di interventi del vertice, per insistere sulle responsabilità dei paesi sviluppati e chiedere che si applichi un sistema adeguato al contesto di ogni paese. «Il 20% dei paesi più ricchi al mondo genera il 60% dell’emissione procapite di Co2, mentre quelli più poveri arrivano solo all’1% – ha detto Correa, aggiungendo poi che – siamo tutti responsabili per lo scempio in corso contro l’unico pianeta che possediamo, ma è evidente che alcuni sono più responsabili di altri».

In merito alle soluzioni ai problemi messi in evidenza dal presidente ecuatoriano Correa, Evo Morales ha portato l’esempio del proprio contesto nazionale: «la società petrolifera Ypfb ha fatturato nel 2005 circa 300 mila dollari in un anno, dopo l’esproprio e il suo passaggio allo Stato, invece, è arrivata nel 2012 a 3 miliardi 500 milioni». Secondo il sindacalista dei coltivatori della coca arrivato al vertice dello Stato boliviano, quel che vale nel suo paese, dovrebbe funzionare anche altrove: «Anche i paesi africani hanno un imminente bisogno di recuperare le loro risorse nazionali, i servizi non devono essere prestati dalle grandi corporazioni».

Per il momento, mentre il suo messaggio ha colpito l’audience del vertice Onu sull’inquinamente, Rio+20, è impossibile non notare un’uniformità di intese tra la sua teoria del socialismo ambientale e le politiche di molti altri paesi vicini. L’Argentina, per esempio, ha recentemente nazionalizzato la propria società degli idrocarburi, Ypf, espropriandola alla spagnola Repsol, per darla in gestione allo Stato e alle amministrazioni locali. Paesi come il Venezuela e l’Ecuador applicano le stesse politiche da anni, facendone ormai una prassi.

L’inevitabile eccezione la rappresenta emblematicamente il caso economicamente più importante, nonchè anfitrione dell’appuntamento ambientalista di questa settimana: quello del Brasile; dove il governo di sinistra di Dilma Rousseff ha cercato una soluzione di compromesso sulla legge di deforestazione che ha scontentato un pò tutti. Vittima di una normativa vecchia, restrittiva e mai rispettatta sulla possibilità di disboscare per creare zone coltivabili, Dilma ha tentanto di fare qualcosa per fermare l’incalzante deforestazione della principale area verde del pianeta, l’Amazzonia e le regioni limitrofe. Nel farlo, però, si è scontrata con la potente lobby dei grandi proprietari terrieri, i cosiddetti Ruralistas, i quali l’hanno messa alle strette negoziando articolo per articolo e portando alla promulgazione di una legge che rende ancor più macchinoso, lento e malfunzionante il sistema di difesa dei boschi.

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