Sesso eco-consapevole: il porno salverà le foreste?

Si chiama Fuck For Forest ed è un’organizzazione ambientalista nata in Norvegia nel 2004 che cerca di salvare l’ambiente vendendo porno amatoriale su internet. «Salvare il pianeta è sexy! Perché non eccitarsi per una giusta causa?»

Gli attivisti dell'Ong sono più di 1300 e raccolgono circa 100mila euro l'anno (foto: Fuck For Forest)

Gli attivisti dell’Ong sono più di 1300 e raccolgono circa 100mila euro l’anno (foto: Fuck For Forest)

Per salvare il pianeta ci sono infiniti metodi, e sul come farlo altrettante teorie. Due attivisti hanno scelto il loro modo per aiutare la natura e hanno fondato un’organizzazione con lo scopo di salvare le foreste pluviali del Sud e Centro America vendendo pornografia amatoriale su internet. Più video porno vengono presentati dagli affiliati, più si finanziano i progetti ambientali. Video nei luoghi più disparati, tra cui molti alberi, o magari più casalinghi, per chi è un cultore del genere. È l’eco-porno, inventato dal norvegese, Tommy Hol Ellingsen, e la svedese, Leona Johansson che, nel 2004, hanno fondato la prima e finora unica Ong porno-ambientalista, Fuck for Forest (FFF, letteralmente, scopare per la Foresta).

Come affrontare la cosa? Indignandosi, mostrando indifferenza, pronunciando affermazioni politicamente corrette o stupore per la sfacciataggine? C’è davvero una questione morale? Lasciamo stare il discorso su cosa significhi il senso del pudore – e la sua relativa offesa – nel 2013, perché finirebbe per coinvolgere e accusare i tre quarti delle pubblicità e spettacoli televisivi e diventerebbe presto noioso e scontato.

«Non ci sono leggi in amore. L’amore è la legge!» è uno dei motti del gruppo, aiutato a muovere i suoi primi passi persino dal governo norvegese, che pochi mesi dopo però ci ripensò e cercò di riavere indietro i soldi. Senza riuscirci. La Ong aveva già investito il denaro in un progetto ambientale e, poiché aveva tenuto in ordine tutto ciò che riguardava l’utilizzo dei fondi, non c’erano margini per un’azione legale. «Vogliamo liberare le nostri menti, recuperare il contatto con la natura con noi stessi e con il pianeta», spiega Tommy in un’intervista alla Bbc.

L’associazione ha più di 1.300 attivisti erotici, che arricchiscono ogni giorno l’offerta foto-cinematografica, e che condividendo le loro avventure sessuali riescono a raccogliere ogni anno circa 100mila euro, anche grazie a un abbonamento di 12 euro al mese che permette di consultare il loro sterminato archivio. L’iniziativa però non è piaciuta ad altre organizzazioni, come il WWF o Arbolia che hanno deciso di non collaborare con Fuck For Forest. Il regista polacco Michal Marczak, incuriosito dall’iniziativa, ha deciso di raccontarla in un film documentario, presentato per la prima volta in Italia al festival Cinemambiente di Torino. Marczak ha seguito gli attivisti per sette mesi, raccontandone quotidianità, umori e aspirazioni. «Non ci sono regole – afferma Marczak durante un’intervista che comunque rimane un poco critica nei confronti dell’organizzazione – è questo è anche quel che più mi ha affascinato».

La prima parte del film è ambientata in Norvegia, patria natale dell’associazione, mentre nella seconda parte del documentario, gli attivisti raggiungono le popolazioni indigene, prima a Manaus, in Brasile, nel cuore della foresta Amazzonica fino a Pevas in Perù. Gli indios però rifiutano il loro aiuto: vogliono solo un lavoro. FFF ha criticato il lavoro del regista, sostenendo che li ha portati in una tribù che non avevano mai conosciuto – lavorano molto sul rapporto con i locali e su come entrare in contatto con loro – e che tutto sia stato deviato dalla produzione. «Sono stati il regista e il produttore del film a scegliere le tribù, che noi non conoscevamo. Se fossimo stati noi a organizzare il viaggio, l’esito sarebbe stato diverso».

Critiche a parte, alle quali peraltro sono ormai abituati, gli attivisti continuano nella loro missione. «Il sesso viene utilizzato per vendere moltissimi oggetti inutili – afferma il co-fondatore Tommy – perché non può funzionare anche per una buona causa?».

 

 

 

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