Bolivia: Potosì, la città d’argento

Secondo le stime, i tre secoli di sfruttamento intensivo delle miniere del Cerro Rico a Potosì hanno provocato la morte di otto milioni di schiavi indios e africani. «Sono la ricca Potosì – era inciso sul suo primo stemma – Il tesoro del mondo e l’invidia dei Re».

Potosì (foto: GDe Luca/Pangea News)

Potosì (foto: GDe Luca/Pangea News)

Raggiungere Potosì. Buenos Aires, Salta, La Quiaca, Villazon, Potosì. Arrivare tra le montagne boliviane richiede tempo, ma soprattutto pazienza. Salta, “la linda” – la graziosa – si raggiunge facilmente con 22 ore di bus (da Buenos Aires). Sono necessarie altre cinque ore per arrivare a La Quiaca, dove si attraversa la frontiera entrando nella boliviana Villazon. Dove però gli uffici della dogana hanno le luci spente. «La frontiera è chiusa, apre alle sette» dice l’ultimo doganiere argentino. Sono le quattro e un quarto, la frontiera è a 3.700 metri di altezza ed è inverno. Una volta raggiunta la stazione, si sente una ragazza gridare gli annunci di viaggio: c’è anche Potosì. Dopo un paio di soste e dodici ore, il pullman arriva finalmente a destinazione. Della maestosità passata è rimasto un piccolo centro coloniale nella parte alta del paese. Il resto è una distesa di case fatiscenti color terra.

La Miniera quotidiana. Per visitare le miniere del Cerro Rico – montagna ricca – ci si può rivolgere a una delle agenzie che organizzano escursioni e forniscono l’attrezzatura per poter affrontare i cunicoli «in tutta sicurezza», dicono. L’entrata è dura e sconsigliata a chi soffre di claustrofobia, perché si scende fino a 50 metri di profondità dove la temperatura può arrivare a 45 gradi. Inoltre si possono incotrare fili dell’alta tensione scoperti e cambi di tragitto improvvisi, causati da crolli dovuti alle esplosioni. Si tratta, in sostanza, di condividere per poche ore alcuni dei rischi che i minatori affrontano ogni giorno, e per i quali spesso muoiono. Compresi i bambini, che cominciano a fare questo lavoro a 9 anni, nonostante l’età legale sarebbe di quattordici.

Verso il Calvario. Si parte. Helen, la guida, elenca le tappe di quella che definisce «una visita sociale». Non si va subito alla miniera, perché ogni minatore prima di cominciare a lavorare deve comprare, a sue spese, ciò che gli servirà durante la giornata. La prima sosta quindi è al mercato del Calvario, il quartiere nella parte indigena della città, chiamato così per la presenza di una chiesetta con lo stesso nome dove in passato i missionari costringevano gli indios a convertirsi. Il camioncino che porta gli stranieri a una delle oltre 300 miniere è guidato da don Julio, un ex minatore che è riuscito a raggiungere l’età pensionabile (i minatori del Cerro Rico hanno un’aspettativa di vita dai 45 ai 50 anni) e ora lavora per l’agenzia. Spesso i minatori passano a fare questo lavoro. Per potersi ritirare devono raggiungere i 55 anni o perdere il 50 per cento delle loro capacità polmonari. In questo caso alcune cooperative riconoscono ai soci una pensione mensile, pari a circa 12 euro. Se il minatore muore, la pensione va alla famiglia. In pochi però cambierebbero mestiere. La schiavitù del passato si è trasformata in consuetudine, e la consuetudine è diventata tradizione.

Entrare (sapendo che poco dopo potrai uscire). Le foglie di coca dopo tre ore diventano amare, devono essere cambiate. Solo così i minatori capiscono da quanto tempo stanno lavorando. I cunicoli sono stretti ma gli operai si muovono senza problemi, traportano le carriole piene di rocce oppure, nei punti più ripidi, si caricano i sacchi di minerali sulle spalle. Anche se ormai l’uso della carrucola è diventato una valida alternativa al trasporto su schiena. È l’unica novità dai tempi coloniali, quando i minatori per risalire si aggrappavano a una scaletta di corda che pendeva dal bordo del pozzo. Solo che spesso il peso del sacco li trascinava verso il basso,  così precipitavano, rimanendo schiacciati sul fondo. In poco meno di tre secoli di dominio coloniale (1545-1825) ci furono otto milioni di morti.

Minatori. Genaro ha 17 anni, anche se ne dimostra qualcuno in più, e fa il minatore da 8: si volta e sorride. Oggi passerà tutto il giorno, e la notte, a lavorare 50 metri sottoterra. In una città diventata famosa per l’argento e a cui è rimasto lo stagno, Genaro, come tutti gli altri, guadagna in base alla produzione quotidiana, che in media è di circa duecento carriole. Quando però durante il normale orario non ottiene grandi risultati, l’unica soluzione è “doblar el turno”, ossia raddoppiare i tempi lavorativi: ventiquattro ore di buio. Come molti altri, Genaro è entrato al posto di suo padre, ucciso dalla silicosi. Quando un minatore muore, entra un suo familiare, e così via a ciclo continuo. Genaro saluta e si rimette a lavorare. Il cammino all’interno della miniera non è facile e ogni tanto si avverte un’esplosione. Avanzando si sentono anche dei colpi di tosse: annunciano la presenza di don Juan, che sta scavando in un buco da cui esce per raccontare la sua storia. Ha 53 anni e ha già perso quasi tutti i denti ma sorride lo stesso mentre afferma, con orgoglio, di essere già nonno. Sebbene non avesse ancora raggiunto l’età pensionabile, i suoi polmoni lo avevano costretto a lasciare il lavoro. Ma la silicosi ha colpito anche suo figlio, che ora è nella fase terminale della malattia, e servono soldi per le cure. Don Juan quindi è tornato a lavorare.

Onora sempre El Tio. Se all’entrata della miniera, solo fino a dove arriva la luce del sole, c’è una raffigurazione di Gesù davanti alla quale tutti si fanno il segno della croce, le cose cambiano scendendo nelle profondità della montagna. Sono luoghi che, per gli operai, appartengono a una sorta di diavolo, e tutti devono conoscerlo e omaggiarlo perché è lui che decide sulla sorte degli uomini del “mondo di sotto”. Helen racconta che in ogni miniera ci sono statuette che lo rappresentano, alcuni lo chiamano Huari o Supay, altri Tata Kaj’chu. Ma da tutti è conosciuto affettuosamente come El Tio – Lo Zio. Può essere un compagno nella solitudine delle caverne o una sorta di controllore, come i colonizzatori facevano credere agli indigeni che schiavizzavano perché non avevano il coraggio di scendere nelle miniere personalmente.

Cinque secoli di Miniere. Un ponte che unisce il Sudamerica all’Europa. Tutto d’argento. O almeno così dicono le leggende locali. Sicuramente però dalla seconda metà del XVI secolo, Potosì all’improvviso diventò una delle città più ricche del mondo. Verso la metà del 1600, il 99 per cento dei minerali che l’Europa importava provenivano dalle miniere di Potosì, Zacatecas e Guanajuato (le ultime due erano in Messico). Allo sfruttamento dei tesori del luogo, seguì lo sfruttamento sistematico del lavoro forzato degli Indios: su dieci uomini che la mattina lasciavano la propria casa alla base della montagna per andare a lavorare, sette non tornavano. Le perdite erano così forti che i conquistadores furono costretti a importare manodopera dall’Africa, solo il viaggio uccideva il 20% degli uomini.

La ley de la Mita. La montagna racchiudeva una tale ricchezza da rendere necessaria una più efficiente pianificazione del lavoro. Per questo il vicerè di Toledo, nel 1572, emanò una legge che stabiliva i tempi di lavoro nelle miniere, la Ley de la Mita: quattro mesi di permanenza ininterrotta nel sottosuolo, con turni obbligatori di dodici ore per tutti gli schiavi (neri e inidigeni) che avessero compiuto 18 anni. Le autorità coloniali, e i loro tirapiedi, li chiamavano con disprezzo Mitayos. Potosì intanto cresceva e alla fine del Seicento gli abitanti erano diventati più di 200.000. «Sono la ricca Potosì – era inciso sul suo primo stemma – Il tesoro del mondo e l’invidia dei Re».

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